Natale a Lesbo. Il container afgano e la tenda curda

Continua il racconto di Ernesto Milanesi, a Lesbo nei giorni di Natale per uno speciale reportage per la Difesa del Popolo. Foto di Massimo Sormonta.

Natale a Lesbo. Il container afgano e la tenda curda

Paradossalmente, nel campo profughi di Moria, ci si ritrova “serviti e riveriti” dalle famiglie che in realtà sopravvivono sul limite sconfinato della dignità umana. Con uomini e donne, bambini e anziani sono dialoghi gestuali, occhi che brillano, strette di mano vere, cellulari che offrono album di ricordi.

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Hello, my friend. E il più piccolo ti “trascina” fino al secondo piano del container Unhcr. Dietro la tenda, la famiglia afgana al gran completo. Padre contadino ridotto alla miseria dai talebani. Madre intenta a tagliare e friggere le carote da aggiungere al riso con l’uvetta. Figlio adolescente che mastica un po’ d’inglese. Sorelle minori pronte subito a far bollire l’acqua del thè.

Due letti a castello, il pavimento isolato come si può, la finestrella sotto cui c’è la dispensa insieme alle stoviglie. Meno di 10 metri quadri per sei persone. E il container va condiviso con un’altra famiglia in analoghe condizioni…

Sono partiti dalla zona di Rudbar, a sud dell’Afghanistan. L’uomo ha visto i parenti, contadini come lui, subire le violenze dei talebani che poi hanno preteso anche i frutti del suo raccolto. Mentre racconta in lingua farsi, al figlio che traduce, fatica a scacciare l’incubo dalla memoria. E nessuno accenna alle tappe dell’esodo che li ha lasciati approdare nell’isola di Lesbo. Se mai, coltivano il sogno di un futuro in… Canada. 

Offrono con garbo la tazza di thé, ma anche arance e semi di zucca. Ospiti gentili, perfino felici di “dialogare” in famiglia con perfetti sconosciuti. La donna tossisce spesso, le ragazze sorridono e il più piccolo guarda un video al cellulare. L’uomo tratteggia la maschera della tremenda responsabilità di aver sradicato la famiglia senza esser riuscito, ancora, a rifarla germogliare altrove.

Storie sepolte sotto la montagna di rifiuti che ammorba il campo, dentro i grandi e piccoli “monopoli della sicurezza” o banalmente rimaste senza interlocutori. Eppure sono lievitati ormai a 20 mila gli “abitanti invisibili” di Moria, paese con un migliaio di anime a 6 chilometri da Mitilene (capitale dell’isola che conta 90 mila residenti).

In tenda, mitragliati dalle raffiche di vento e con il terrore che il cielo li bombardi d’acqua, vive una dozzina di migranti del Medio oriente. E’ una sorta di famiglia allargata: il nucleo di siriani e iracheni con bambini piccoli, un paio di curdi e un’anziana palestinese della striscia di Gaza.

Salam Aleikum. Basta l’eco di un saluto a mobilitarli in un batter d’occhio. Tutti intorno al simulacro di focolare all’aperto, mentre un padre si applica da barbiere con la testa del figlio. Il porta uova serve da sgabello, i bicchieri sono risciacquati e il caffè in polvere spunta dai borsoni. Si comunica grazie ai legami che l’Italia, nonostante tutto, ha saputo mantenere da decenni. La Palestina terra santa, il Libano reduce dalla guerra civile, perfino con il Kurdistan che resiste al califfato di Daesh come al sultano Erdogan.

La donna palestinese si rianima felice con una semplice foto: riconosce nel piccolo schermo i colori della bandiera palestinese sventolata dall’orso simbolo di Berlino. I profughi di Erbil contano ancora sulla Germania di Angela Merkel, mentre i siriani sono sulle orme di chi ha raggiunto i Paesi scandinavi. Il giovane curdo mostra le conseguenze del “trattamento” ricevuto in Turchia e subito dopo il video del piccolo orfano fra le tombe dei caduti in difesa di Kobane. Le due mamme inseguono i figli più che altro con lo sguardo e la voce.

Al di là delle condizioni di vita, gente che si ostina a non arrendersi come quando è dovuta fuggire dalla guerra, dalle violenze e dalla persecuzione. L’ospitalità sconfina nella “normalità” del tempo dedicato ai rapporti umani, riassunti dai bambini che d’istinto regalano abbracci.

Di nuovo, una fotografia digitale fissa per sempre la fisionomia di chi “scomparirà” inevitabilmente nell’anonimato di quest’enorme popolo in movimento verso la libertà e la dignità.

E fra due giorni, comunque, sarà Natale. Anche a 1.976 chilometri da Padova…

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