Patrick Zaky, “arrestato perché denunciava il lato oscuro dell’Egitto”

Paolo De Stefani, professore all’Università di Padova ed esperto di diritti umani, commenta la vicenda dell’attivista egiziano che studia in Italia e che è stato arrestato al Cairo venerdì: “L’Egitto vuole presentarsi alla comunità internazionale come un paese moderato, ma la verità è che la repressione interna è molto forte”

Patrick Zaky, “arrestato perché denunciava il lato oscuro dell’Egitto”

PADOVA - “Patrick dava fastidio perché raccoglieva dati e informazioni sulle violazioni dei diritti umani in Egitto e le diffondeva all’esterno, proprio come faceva Giulio Regeni. L’Egitto invece vuole presentarsi alla comunità internazionale come un paese moderato, il gigante buono che fa da paciere tra Israele e Palestina, ma la verità è che la repressione interna è molto forte. Ecco perché queste persone diventano estremamente scomode”. Così Paolo De Stefani, professore all’Università di Padova ed esperto di diritti umani, commenta la vicenda di Patrick George Zaky, ricercatore egiziano e attivista per i diritti umani che studia all’Università di Bologna e che è stato arrestato al Cairo venerdì mattina.

Le accuse che pendono su di lui sono pesanti: fomentare le manifestazioni e il rovesciamento del governo, pubblicare notizie false sui social minando l’ordine pubblico, promuovere l’uso della violenza e istigare al terrorismo.  Mentre Amnesty International denuncia  un elevato rischio di tortura e chiede a gran voce la liberazione dell’attivista, il Servizio europeo di azione esterna si è detto al corrente del caso e in fase di verifica dei fatti. Nel frattempo è stata confermata la custodia cautelare di Zaky, che resterà in carcere per 15 giorni: si tratta di una procedura che ha lo scopo di prolungare la durata delle indagini.

“L’accusa di terrorismo è molto malleabile e negli stati autoritari viene utilizzata per colpire attivisti e dissidenti a 360 gradi – spiega De Stefani –. In Egitto, il sistema di giustizia è sempre meno indipendente: la recente riforma costituzionale attribuisce al capo dello stato non solo la presidenza della magistratura ma anche la possibilità di nominarne i vertici. In più, dal 2017 il Paese ha dichiarato lo stato di emergenza: questo permette di dare ampio potere alle corti speciali per la sicurezza dello stato e alle corti marziali, e di aggirare molte norme scritte nei codici, che di fatto non vengono rispettati. Ma anche se si dovessero seguire le regole, le garanzie dello stato di diritto sarebbero molto lasche: la legge prevede la possibilità di mantenere una persona in arresto senza contatti con l’esterno per svariati giorni, senza che ci sia una vigilanza del giudice, proprio come è successo a Patrick. E allora possono avvenire torture, pressioni psicologiche e altre violazioni dei diritti”.

Lo scorso novembre, l’Egitto è stato sottoposto all’Esame periodico universale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, che fa un bilancio della situazione di ogni Paese membro: nel report ufficiale dell’Onu  sono state denunciate gravi restrizioni delle libertà, 1.500 sparizioni forzate tra il 2013 e il 2018, e migliaia di persone rinchiuse in carcere in maniera preventiva, anche in stato di isolamento. “Finire nel sistema giudiziario egiziano non è esattamente un colpo di fortuna – commenta De Stefani –. Nonostante nel 1986 l’Egitto abbia aderito alla Convenzione contro la tortura, la legge non esclude la possibilità di utilizzare informazioni estorte con la tortura in sede giudiziaria, e le sanzioni per i funzionari che praticano tortura sono assolutamente esigue. In questo senso, il fatto che Zaky sia stato portato davanti a un giudice in tribunale non è ahimè garanzia di rispetto dei suoi diritti”.

Il caso di Zaky riporta alla mente la vicenda di Giulio Regeni, il dottorando dell’Università di Cambridge ucciso al Cairo nel 2016, ma secondo De Stefani le due storie vanno considerate in maniera diversa: “Innanzitutto Regeni era cittadino italiano, anche se questo non è bastato a evitare che lo uccidessero. Zaky invece è egiziano e studia in Italia: è questo il filo sottile che ci lega a lui. Ma stavolta l’Università di Bologna e la comunità accademica hanno preso posizione in tempi brevi, a differenza delle autorità accademiche inglesi al tempo di Regeni, con una reazione tempestiva che potrebbe salvargli la vita. L’importante è che dall’Italia continuiamo a mantenere alta l’attenzione e a fare pressione affinché venga liberato”.

Alice Facchini

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Fonte: Redattore sociale