"Radicamento sociale”: così cambia l'immigrazione nelle valli alpine

Report di Fondazione Demarchi con dati e interviste e focus su Val di Non e Sole (Trentino). Alta l'incidenza delle “seconde generazioni” sulla popolazione immigrata totale e dei neonati sul totale delle nascite. Aumenta lavoro sommerso

"Radicamento sociale”: così cambia l'immigrazione nelle valli alpine

MILANO – L'alto tasso di immobili acquistati, la presenza di bambini nelle scuole e le acquisizioni di cittadinanza. Indicatori che permettono di confermare una “regola pressoché generale” dei fenomeni migratori che vede nell’immigrazione familiare o “di popolamento”la spontanea evoluzione dell’immigrazione “di lavoro”. Vale anche nelle vallate alpine del Trentino. Lo scrivono i ricercatori del progetto triennale “PlurAlps”, che oggi, venerdì 12 luglio presentano a Trento alla Fondazione Franco Demarchi i risultati di una serie di lavori sull'immigrazione nelle aree alpine italiane, durante il convegno “L'immigrazione nello spazio alpino: trasformazioni sociali, processi culturali, pratiche di accoglienza”. 

Il focus del report redatto da  Francesco Della Puppa, Serena Piovesan, Alessandro Ceredi, Osvaldo Costantini è sulla Val di Sole e la Val di Non: 15.569 residenti la prima, di cui 1.234 immigrati (l'8 per cento) concentrati nella fascia di età tra i 25 e i 49 anni, la componente più attiva nel mercato del lavoro, e con il comune più piccolo dell'area – Cavizzana – che conta tre solo immigrati residenti. In Val di Non – la valle delle mele e dell'agricoltura – sono presenti 3.594 immigrati (il 9,1 per cento della popolazione totale), di cui 1.621 uomini e 1.973 donne. Parlano di “radicamento sociale” i ricercatori che hanno elaborato dati statistici della Provincia autonoma, Istat, Agenzia per il lavoro di Trento, Camera di Commercio e condotto lunghe e approfondite interviste, di cui ampi stralci sono riportati nel report, con una serie di soggetti qualificati: sindaci, rappresentanti delle Comunità di Valle, sindacalisti, rappresentanti di associazioni di categoria e organizzazioni datoriali, imprenditori locali. Un radicamento che si vede in primis nei numeri: l’alta incidenza “seconde generazioni” sulla popolazione immigrata totale e dei neonati figli di famiglie immigrate sul totale delle nascite. Nel 2017 infatti i nati da famiglie immigrate (48 in Val di Non, 18 in Val di Sole) hanno inciso per il 15% sul totale dei nati, mentre la quota di minorenni costituisce circa un quarto della popolazione immigrata residente (22,5% in Val di Non, 25,4% in Val di Sole) e gli alunni con cittadinanza non italiana - molti dei quali nati in Italia - costituiscono il 12-13% della popolazione scolastica nelle scuole delle due Comunità di Valle. “Il tasso di acquisizioni della cittadinanza italiana – si legge – lascia presupporre una presenza regolare e continuativa di oltre 10 anni entro il territorio italiano e, ipoteticamente, la volontà di continuare a far parte della società locale. In Val di Non nel 2017 si sono registrate 109 nuove acquisizioni di cittadinanza italiana (30 ogni mille immigrati residenti), in Val di Sole 29 (24 ogni mille immigrati residenti)”.

A preoccupare sono invece i numeri sul lavoro della popolazione immigrata: l'Istat conta 1.200 occupati in meno nell'ultimo anno (ma non fornisce dati relativi all'agricoltura stagionale) nel settore dei servizi che vanno a sommarsi al trend degli anni passati, con una contrazione pesante della componente femminile stimata in 800 unità, pari a un meno 12,5%. Un dato che però va letto nella sua interezza. Calano anche i disoccupati di 600 unità, aumenta la popolazione non attiva da imputarsi interamente alla componente femminile. Una spiegazione sta nella “situazione di particolare criticità in cui si trovano le donne immigrate nel conciliare i compiti familiari col lavoro per il mercato – anche per l’assenza della cerchia familiare estesa, diversamente dalle donne autoctone – e della loro difficoltà nel trovare un nuovo inserimento occupazionale dopo averlo perso in seguito alle ricadute della crisi economica che si è tradotto nel loro ritiro dal mercato lavorativo”. La crisi sembra aver colpito gli stranieri sopratutto “nell'area dell'occupazione qualificata” perché “la quota di immigrati occupati in attività non manuali qualificate, che già nel 2008 non raggiungeva il 10% si è dimezzata”. Come a dire che gli effetti della crisi economica sembrerebbero tradursi, solo in parte, nella difficoltà a trovare un'occupazione, ma soprattutto in un peggioramento della qualità degli impieghi e un peggioramento della qualificazione professionale.

I quattro ricercatori ipotizzano inoltre un aumento del sommerso fuori dalle statistiche soprattutto per il lavoro domestico e di cura, oltre al fatto che le numerose acquisizioni di cittadinanza italiana degli ultimi anni possono aver concorso al calo statistico dei lavoratori stranieri. Il Trentino in generale vive una situazione peculiare rispetto al resto d'Italia: se a a livello nazionale gli immigrati hanno tassi di attività e di occupazione mediamente superiori agli italiani proprio perché è numerosa la componente dei giovani adulti attivi economicamente, questo non vale per la Provincia autonoma del nord-est. “È probabile – scrivono – che l’elevata partecipazione al lavoro stagionale in agricoltura, nella raccolta della frutta, abbia una relazione con questo andamento”.

La vocazione “stagionale” dei territori di Val di Non e Val di Sole basati principalmente su agricoltura e turismo tuttavia non ha impedito quella che viene definita “immigrazione da lavoro di lungo periodo”. Anzi la stagionalità lavorativa che segue i ritmi produttivi ha caratterizzato in maniera esclusiva solo la “prima fase” dei flussi. Emerge chiaramente dai racconti raccolti nelle interviste ad albergatori e amministratori locali delle due vallate. Il linguaggio quotidiano utilizzato dice più di mille numeri. “Se uno che va quattro mesi d’estate, quattro mesi d’inverno sono otto mesi e fra i continuativi, fra recuperi, le ferie non godute, le giornate di riposo non godute, alla fine diventano nove i mesi” dice il rappresentata di un'associazione di categoria spiegando come quella che è stata “spesso immigrazione stagionale” poi “si è fermata” ed enumerando casi di sua diretta conoscenza da Filippine, Moldavia, Romania e Albania. “La stagione si è già allungata – gli fa eco un sindacalista –. Se guardiamo negli ultimi 10-15 anni, si è già allungata, non dall'anno scorso a quest'anno, però ci sono aziende importanti, laddove c'è proprio la famiglia immigrata che ormai vive tutto l’anno in Italia o comunque solo per brevi ritorna in Romania, il periodo più lungo rimane in Italia”. Un imprenditore dice che “poi ci sono tutti gli altri stranieri, ma quelli magari non sono immigrati, cioè, ormai non li definirei più immigrati” perché oltre al lungo periodo di permanenza e, in alcuni casi, all'acquisizione della cittadinanza “parlano la lingua, anche il dialetto”. “Parlano l'italiano e il noneso (il dialetto della Val di Non, NdR)” aggiunge un sindaco indicando il Comune  “con la più alta densità di... di… diciamo, fra virgolette, di “stranieri”. Sforavamo il 20% o una cosa così”. Sono numerosi i virgolettati di questo tenore che permettono agli autori di scrivere che “molti lavoratori immigrati reclutati nella raccolta della frutta e come manodopera stagionale negli alberghi e nel comparto dell’ospitalità, infatti, hanno progressivamente iniziato a stabilirsi permanentemente nei Comuni e nelle Frazioni”.

Non è tutto oro però quello che luccica e per paradosso il “pendolarismo stagionale” forse ha solo cambiato faccia, nazionalità, etnia. “Rispetto alla dimensione economico-produttiva – si legge – è emersa come novità la progressiva difficoltà di reclutamento di manodopera autoctona e comunitaria (soprattutto dall’Europa orientale) e la tendenza alla sostituzione dei lavoratori, spesso stagionali, di tali provenienze con lavoratori originari dall’Africa subsahariana. Accanto a ciò, pare affermarsi il ricorso al subappalto con lavoratori in distacco gestiti da agenzie di reclutamento ed emergono, anche se non come elemento strutturale, casi di grave sfruttamento lavorativo e caporalato”

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Fonte: Redattore sociale