Vita difficile per i bambini adottati: "Tanti costretti a cambiare scuola"

Linee guida non adottate, figure ad hoc assenti e un bullismo diffuso che complica l’inclusione. L’Unione famiglie adottive italiane pubblica il primo rapporto su Scuola e adozione. Oltre 1.500 famiglie ascoltate. “Auspichiamo l'apertura di un tavolo tecnico col Miur”

Vita difficile per i bambini adottati: "Tanti costretti a cambiare scuola"

ROMA - Linee di indirizzo adottate a macchia di leopardo, assenza di referenti, bullismo: per i gli alunni adottati e le loro famiglie la scuola italiana è piena di ostacoli, a tal punto che molti sono spesso costretti a cambiare scuola alla ricerca di migliori condizioni per i propri figli. È quanto emerge dal primo Rapporto nazionale su scuola e adozione realizzato dall’Unione famiglie adottive italiane e pubblicato oggi. Un rapporto con una lunga gestazione. I dati, infatti, sono stati raccolti tra le oltre 1.500 famiglie che si sono rivolte allo sportello “SOS Scuola” Ufai negli ultimi quattro anni per chiedere aiuto per la mancata inclusione, le difficoltà di inserimento e la gestione del rapporto con la scuola e i docenti. I dati raccolti, tra le famiglie aderenti, spiega una nota dell’Ufai, evidenziano “una notevole mancanza di inclusione, e in generale, la non applicazione delle Linee di Indirizzo per il Diritto allo Studio degli Alunni Adottati diventate legge nel 2015 (107/15), ma ad oggi ancora prive di efficaci strumenti attuativi e di una formazione capillare degli insegnanti”. 

Tra le 1.572 famiglie ascoltate emerge che il 93.4 per cento ha figli adottati tramite procedura internazionale e il 6,6 per cento, invece, provenienti da adozione nazionale. L’età media dei genitori adottivi, inoltre, va dai 35 ai 55 anni. Il grado di istruzione delle famiglie adottive, invece, si attesta su un livello medio-alto e la maggioranza delle famiglie adottive risulta avere entrambi i genitori occupati (57,8 per cento). Tuttavia, dai dati raccolti emerge spesso la presenza di un genitore, in particolare le madri, che ha lasciato l’occupazione per dedicarsi pienamente al figlio o ai figli (42,2 per cento di famiglie con un genitore occupato, il 22,2 per cento hanno le mamme che hanno rinunciato all’attività lavorativa). “I motivi dell’abbandono del posto di lavoro da parte delle donne vanno ricercati in politiche di welfare che vanno in contrasto con le reali esigenze della nuova famiglia adottiva - spiega Ufai -. Inoltre, a causa dello scarso supporto da parte degli enti accreditati e dei servizi territoriali, queste ultime sono costrette a rivolgersi a strutture private, con un ulteriore aggravio delle spese sull’economia familiare, già fortemente provata dai costi della procedura internazionale”. 

Secondo il rapporto, il 91.5 per cento dei minori arrivati in Italia, non ha ricevuto alcuna scolarizzazione durante gli anni precedenti all’adozione: l’età media di ingresso dei bimbi si attesta “intorno ai 6,5 anni - spiega il testo -, quindi in età scolare e con un basso grado di scolarizzazione relativamente al Paese di provenienza del minore”. Le principali difficoltà che maggiormente si incontrano, spiega Ufai, non sono solo a livello didattico, ma “soprattutto legate ad una mancata accoglienza, causata anche della scarsa conoscenza da parte del corpo docente delle specificità dell’adozione - spiega il rapporto -. Questa situazione non permette di mettere in atto una rete a supporto dell’alunno adottato, tra scuola e famiglia”. Secondo il rapporto, infatti, gli alunni adottati e le loro famiglie “vivono con disagio il mondo della scuola” e a poco sono servite ancora le Linee di indirizzo diventate legge nel 2015. “Sono uno strumento utile - si legge nel testo -, ma privo della parte più importante: un piano attuativo efficace.  Infatti, nonostante la legge, la divulgazione dei contenuti della stessa e la formazione dei docenti è a macchia di leopardo e spesso demandata a soggetti privati, con un carico economico che grava sulle casse scolastiche. La ricerca di un referente adozione è quasi sempre impossibile da completare, sia per mancanza di candidati, sia per problematiche più urgenti che i dirigenti scolastici sono chiamati a risolvere nelle scuole italiane”.

I dati raccolti parlano di alunni non accolti dagli altri compagni di scuola nel 60 per cento circa dei casi, vivendo in una situazione di esclusione e isolamento nella gran parte dei casi. Non mancano casi di bullismo. Secondo il rapporto, infatti, l’84 per cento degli alunni adottati ha subito saltuariamente offese e insulti, mentre nel 71 per cento dei casi si parla di “episodi sistematici di bullismo”. Uno spaccato interessante, quindi, al di là del fatto che il campione possa o meno essere rappresentativo su tutto il territorio italiano. Il 73 per cento delle famiglie che si sono rivolti allo sportello Ufai ha riferito che la scuola contattata non aveva mai avuto esperienza con alunni adottati e che solo l’11 per cento, quindi una scuola su dieci, conosceva le Linee di indirizzo. Tra le scuole che non conoscevano il testo, però, solo il 19 per cento segue le indicazioni contenute nel documento. Il referente adozione, inoltre, manca nel 95 per cento delle scuole a cui si sono rivolte le famiglie che hanno contattato Ufai e alla richiesta di nominare un referente per le adozioni, nel 93 per cento dei casi la risposta è stata negativa per mancanza di risorse.   

Una situazione di disagio che spesso ha portato le famiglie e gli alunni adottati a cambiare scuola: secondo il rapporto, ben il 63 per cento delle famiglie che si sono rivolte allo sportello Ufai hanno cambiato scuola. Dai dati raccolti, inoltre, emerge come fondamentale la figura dello psicologo a scuola. Per il 78 per cento delle famiglie, grazie a questa figura, sono stati raggiunti risultati positivi laddove non c’era alcuna formazione sul tema dell’adozione. “Auspichiamo che questo rapporto possa portare il Miur a prendere in considerazione l’apertura di un tavolo tecnico sull’applicazione delle Linee di Indirizzo e approvare la formazione dei referenti per l’inclusione scolastica (BES/DSA) come noi proponiamo - spiega Ufai -, questo perché sulla base dei nostri dati, la maggior parte degli alunni adottati rientrano nell’area BES, dove è bene specificare che, oltre all’aspetto didattico, va tenuto conto dell’aspetto emotivo legato al vissuto importante”. Questo perché, spiega ancora Ufai, “gli alunni adottivi sono ancora in forte sofferenza in ambito scolastico poiché non si è raggiunto un livello adeguato della cultura dell’adozione, preparazione da parte del personale docente, sinergia scuola-famiglia, tutti elementi che possono garantire un’adeguata accoglienza e successo scolastico”.

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Fonte: Redattore sociale