E se la traduzione di “carità pastorale” fosse voler bene?

Non trova molta audience nel linguaggio delle celebrazioni, ma l’amicizia è uno dei segni che illustrano il rapporta tra Dio e l’umanità.

E se la traduzione di “carità pastorale” fosse voler bene?

L’anno pastorale presenta tracce di cammino più che contenuti particolari da approfondire e dà quindi l’opportunità di divagare a recuperare qualche fondamentale della vita cristiana o anche, secondo i gusti, qualcuno degli aspetti “laterali”. Perché qualche pensiero bisogna pur svilupparlo in un anno, per meditarci un po’, condividerlo, sperimentarne il valore, pregarci sopra.

Mi piace parlare di amicizia, allora. Un tema che spesso viene lasciato al lessico catechistico dei bambini, alle attività degli adolescenti, a occasioni di anniversari e situazioni particolari. L’amicizia non trova molta audience nel linguaggio delle celebrazioni e nemmeno nelle virtù da proporre; talvolta pare anche poco cercata o esercitata nei circuiti ecclesiali, quasi fosse una debolezza o un sovrappiù. Ma è un peccato. Prima di tutto perché l’amicizia è una delle immagini e dei segni che possono illustrare bene il rapporto tra Dio e l’umanità. Sentiamo per esempio la Dei Verbum: «Dio invisibile, nel suo grande amore, parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (n. 2).

La Bibbia infatti parte da Abramo “amico di Dio”, come pure Mosè, e attraverso insegnamenti ed esempi (Davide e Gionata) arriva al grande insegnamento del Vangelo. Gesù ha amici ed è amico (dagli apostoli a Lazzaro, Marta e Maria), accetta di essere chiamato “amico dei pubblicani e peccatori” e arriva alla grande proclamazione: «Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici» e all’auto-presentazione: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Giovanni 15,13). L’amicizia di e con Gesù è vita nuova, significata appunto dall’assumere un nome nuovo; è partecipare del dono totale della sua vita; è scoprire il segreto del cuore del Signore, diventando accoglienti e custodi del suo messaggio d’amore. Con l’amicizia siamo al centro del vangelo, dunque. E la nota frase «chi trova un amico, trova un tesoro» è pure un dono della Bibbia (Siracide 6, 14).

Non dar valore all’amicizia nella concreta prassi ecclesiale è un peccato anche perché si perdono occasioni di “star bene” insieme, di aiutarsi e confrontarsi tra cristiani (e comunità cristiane). «Meglio essere in due che uno solo» insegna il Qohelet (4, 9) e quante volte l’abbiamo sperimentato, dalle azioni più semplici – come piegare centinaia di fogli o impilare sedie la domenica sera – alle decisioni più ponderose, di pastorale o di amministrazione. Un’amicizia fatta di sostegno leale e anche di correzione fraterna, di condivisione del tempo e delle preoccupazioni, di momenti leggeri e di scherzi… quanto bene fa alla vita quotidiana!

Chissà se le comunità di preti, oggi più “orizzontali” di un tempo (quando il parroco viveva con uno o più preti giovani, con i pro e contro delle varie situazioni), sperimentano una vera reciprocità di relazioni… chissà se i preti, di qualsiasi età, mantengono e sviluppano tra compagni di ordinazione il dono dell’amicizia, assai prezioso. Ma è auspicabile che anche le comunità parrocchiali (legate in up o no), i gruppi associati, gli operatori pastorali coltivino questa amicizia di base, fatta di occhio generoso, cuore aperto, sorriso, disponibilità all’aiuto ai più deboli.

Tutto fondato sulla comune appartenenza ecclesiale, sulla fraternità cristiana: «Amo perché amo, amo per amare», direbbe san Bernardo.

Secondo qualche esegeta, la triplice domanda di Gesù a Pietro «Mi ami tu?» va letta meglio come «Mi sei amico?» e quindi, sulla base di Giovanni 15, 13: «Sei disposto a dare la vita per me?». Siamo, di nuovo, al cuore del Vangelo e della cosiddetta “carità pastorale”. La quale, se non si esprime in “voler bene” alle persone, cioè in stile di amicizia cordiale e incontro disponibile, di cosa è fatta? Al di là del temperamento e delle originalità di ciascuno, dell’agenda oberata e della frenesia di molte giornate, chiede di realizzarsi nella concretezza di «una comunicazione che apre alla comunione, fonte di beatitudine» (san Tommaso).

E allora, davvero, più c’è amicizia, meglio è: per ciascuno, per le comunità, per la chiesa tutta.

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