Lezione di storia. Cosa penseremo tra cent'anni?

Guardando al centenario della Grande Guerra, sogniamo un'Europa unita. «Ma possibile che nessuno si fosse accorto del disastro? Come facevano ad accettare questa terribile ingiustizia, senza ribellarsi?».

Lezione di storia. Cosa penseremo tra cent'anni?

«Ma possibile che nessuno si fosse accorto del disastro? Come facevano ad accettare questa terribile ingiustizia, senza ribellarsi?». Sono domande che ciclicamente vengono poste durante le ore di storia. Domande che nascono spontanee negli adolescenti, quando si squarcia il velo di apatia e la loro attenzione viene catturata dal racconto di eventi drammatici del passato.

L’ultima volta è capitato mentre si studiava la Grande Guerra. Dinanzi ai crudi numeri dei morti e feriti della durissima Battaglia degli Altipiani, Luca sente l’impellente bisogno di accedere al suo smartphone: non per inviare messaggi all’anima gemella in altro istituto, ma per verificare se l’insegnante non abbia confuso le migliaia con le centinaia. Alla dolorosa conferma che i dati sono veri, per la prima volta in questi anni di scuola, alza la mano per manifestare tutto il suo stupore e sbotta: «Perché non si sono fermati? Perché nessuno ha impedito il massacro?».

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A questo punto il docente, in quanto adulto ed educatore, deve aiutare il discente a contestualizzare l’evento: gli ricorda la regola aurea, che invita a non giudicare il passato con le categorie del presente; lo invita a riconoscere l’indiscutibile valore, fino al sacrificio della vita, dei soldati; a tener conto della differente mentalità dell’epoca, dove la guerra non godeva dell’odierna cattiva fama; e gli richiama il processo storico allora in atto e le conseguenze nell’oggi… ma Luca ascolta il tutto senza spegnere nei suoi occhi quella luce inquieta e costringe il docente a fare i conti con l’enormità dei fatti, che supera ogni tentativo di contenimento, attraverso delle semplici (semplicistiche?) spiegazioni razionali. Non ci sono parole sufficientemente capienti dinanzi a certi fenomeni della storia, quali la guerra, la schiavitù, il razzismo, il disprezzo verso le donne, le persecuzioni religiose e politiche, lo sfruttamento egoista degli altri e dell’ambiente…. Significa davvero affacciarsi sull’abisso.

Mentre tento di trovare una via d’uscita, perché il tutto non si risolva in un attonito silenzio o in una sterile condanna degli uomini del passato, viene in aiuto Mario che rilancia: «E fra cento anni gli studenti di cosa si stupiranno degli anni Duemila?». Il gioco parte spedito e intriga anche l’ultima fila, che si era defilata approfittando dello smarrimento del prof; ma il suono dell’intervallo, facendo prevalere altre esigenze sovrane, mette fine a tutto. Mi fermo nell’aula vuota a sistemare il registro e ripenso a quell’ultima domanda. 

Cosa diranno i nostri nipoti dell’indifferenza che accompagna uomini, donne e bambini che annegano ogni giorno nel Mediterraneo? Come spiegheranno la logica secondo cui è colpevole chi fugge dalla fame, dalla guerra o dalla persecuzione, mentre i maggiori produttori di armi (ultimo rapporto del Sipri) sono i cinque Stati membri permanenti del Consiglio dell’Onu? Cosa scriveranno di un mondo che può produrre cibo per più di 10 miliardi di persone e secondo le Nazioni Unite ne lascia soffrire di fame più di 800 milioni? Come riuscirà a contestualizzare il docente del futuro l’equilibrio economico del mondo attuale, dove secondo l’Oxfam «appena 42 persone possiedono la stessa ricchezza dei 3,7 miliardi di persone meno abbienti»?

Ho la vertigine. Meglio rifugiarsi nella solenne celebrazione del centenario della Prima guerra mondiale, magari preparandoci, con impegno o indifferenza, a far deflagrare, nelle elezioni del prossimo 26 maggio, il sogno di un’Europa unita.

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