C’è in gioco l’immagine e l’identità della chiesa

La nuova situazione pone la chiesa di fronte a uno scenario inedito. E chiede un deciso cambio di passo,  anche nell'enunciazione dei principi, assieme al coraggio di ripensare il rapporto con i fedeli più su un piano culturale e spirituale che sociale e politico

C’è in gioco l’immagine e l’identità della chiesa

La chiesa italiana ha davanti a sé una situazione politica interamente inedita: dal punto di vista culturale, prima che politico. Nessuno dei due vincitori delle elezioni, Grillo e Salvini, sembra gradito. Il primo perché fautore di un cambiamento post-ideologico e cioè sostanzialmente senza principi. Il secondo perché nonostante si sia fatto fotografare con il rosario in mano, contraddice clamorosamente il principio della solidarietà e dell’accoglienza.

Rimane però il fatto che il paese ha votato per loro, mentre la chiesa è ferma sui principi e non sembra in grado di interpretare ancora in modo adeguato la paura e la rabbia degli italiani. Che si attendono da essa sì fermezza sui principi, ma anche risolutezza e rigorosità nella loro applicazione. E questo è il problema.

Non è più sufficiente in altri termini ribadire valori e principi, né lanciare appelli alla solidarietà, all’accoglienza. E nemmeno riconoscere e lodare la generosità e disponibilità degli italiani. È necessario e anche urgente, primo, denunciare pubblicamente l’irresponsabilità di un’Europa che scarica sugli italiani il peso preponderante delle migrazioni in atto; secondo, sollecitare la Conferenza episcopale europea affinché si unisca alla sua denuncia e chiarisca una volta per tutte ai responsabili dei loro paesi due cose: che siamo di fronte a una vera e propria ingiustizia e che il vero problema è la revisione della convenzione di Dublino, unitamente al riconoscimento che i confini dei paesi del Mediterraneo sono confini dell’Europa, non dei singoli stati. Come ha finto di non vedere il recente Consiglio dei ministri dell’Unione europea.

Ma i problemi per la chiesa italiana non finiscono qui. Le ultime elezioni hanno rivelato anche un preoccupante mutamento di cultura nel paese che i cattolici sono chiamati a leggere e interpretare da un punto di vista teologico, che è poi il punto di vista della chiesa, la sua cultura, il contributo che può dare al nostro paese. Il papa continua a invitarla a uscire dall’autoreferenzialità, a farsi povera con i poveri e a farsi carico degli scarti della storia, delle periferie esistenziali, ma anche economiche e sociali. E questo è un messaggio fondamentale: il messaggio di Gesù, della fede, del vangelo. Vi sono momenti nella vita della chiesa in cui la sua identità, la sua immagine, viene salvata dalla sua testimonianza, in particolare dalla solidarietà e dalla generosità dei fedeli. Vi è però anche bisogno di un pensiero, di una cultura teologica, che la aiuti a riflettere sul mutamento culturale, e non solo sociale e politico, in atto nel nostro paese.

La chiesa italiana ha storici, economisti, sociologi, giuristi, forse anche qualche filosofo, ma ha soprattutto teologi e teologhe che sono da tempo alle prese con i problemi culturali del paese, la sua storia, le sue vicende. Chieda loro una lettura teologica di ciò che sta avvenendo nel costume e nelle idee dei cattolici in questi ultimi anni. E ascolti d’altro lato la domanda di senso che emerge da tante parti del paese, in particolare dai giovani, che spesso non trovano nella chiesa punti di riferimento credibili. E non tanto perché manchi di generosità, di impegno, di disponibilità, ma perché non sembra in grado di coniugare due linguaggi difficilmente conciliabili: quello della preghiera e quello della cultura.

La preghiera è sicuramente l’atto fondamentale della chiesa, il connettivo tra la realtà della speranza e la verità dell’analisi. Ci vorrà del tempo, ma la chiesa italiana dovrà prima o poi capire che se continuerà a usare la dottrina sociale come ideologia perderà quello che le rimane del popolo cattolico. La preoccupazione di preti e vescovi da qualche tempo pare comunque che non sia più questa. Il problema purtroppo è molto più grave: è in questione l’identità stessa della chiesa, la sua immagine, in un tempo e in una situazione sociale e politica in cui i cattolici si adeguano fin troppo facilmente e acriticamente agli slogan e all’onda di una protesta contro l’Europa peraltro giustificata.

Nella stagione delle ideologie la chiesa ha prodotto qualcosa che poteva reggere il confronto con il liberalismo, il socialismo, il comunismo, il fascismo, e ha sviluppato una sua dottrina sociale. Oggi però le cose sono profondamente cambiate. Il voto cattolico si è decomposto nelle sue componenti sociali, si è per così dire secolarizzato. Diciamo anzi che non esiste più, anche se continua a esistere un problema politico dei cattolici. Gradualmente la chiesa italiana, come le altre chiese del mondo, dovrà accettare una certa marginalizzazione e cercare il suo rapporto con i fedeli più su un piano culturale e spirituale che sociale e politico. Del resto le questioni che interessano gli uomini del nostro tempo e gli stessi fedeli riguardano il senso dell’esistere e dell’agire. Potrebbe dunque esserci anche per la chiesa una parte migliore, purché sappia vederla e coltivarla.

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