Chi gliel’ha fatto fare? Un atleta e un giornalista di fronte al dolore dell'altro

Davanti a due atleti abbracciati a 250 metri dal traguardo, nell’ascolto di un giornalista sul campo di battaglia c’è qualcosa che bussa alla porta della coscienza.

Chi gliel’ha fatto fare?  Un atleta e un giornalista di fronte al dolore dell'altro

Ha suscitato non solo emozioni l’immagine apparsa nei giorni scorsi su molti media di un atleta che sorregge un altro, sfinito dalla stanchezza e dal caldo torrido, per portarlo al traguardo dei 5000 metri.
Al primo giorno dei Mondiali di Atletica a Doha (Qatar), Jonathan Bushy di Aruba (Isola dei Caraibi) crolla a 250 metri dall’arrivo. In suo soccorso si ferma Braima Suncar Dabo della Guinea Bissau e con lui raggiunge la meta.
Aiuto illecito: l’atleta soccorritore viene squalificato.

Il gesto ha suscitato emozione ma ha anche mosso i pensieri di quanti hanno rivisto, nelle immagini dei media, quei momenti di nobiltà d’animo.
La giustizia sportiva ha fatto come previsto e con correttezza il suo corso. Nessuno ha messo in discussione il valore e la ragione delle regole.
La riflessione è partita dalla rinuncia di rimanere in gara pur di aiutare chi sullo stesso percorso si trovava in grave difficoltà.
Era proprio il caso di fermarsi e di perdere un’occasione importante visto anche che ai bordi della pista c’erano i soccorsi? Chi gliel’ha fatto fare?
Non sempre è possibile rispondere a queste domande con la logica del senso comune.
C’è qualcosa che all’improvviso scatta nell’animo e nel cuore dell’uomo, raramente è comprensibile.
Anni addietro Ettore Mo, inviato di guerra di un quotidiano nazionale, poneva analoghe domande anche se le situazioni nelle quali veniva a trovarsi erano altre e assolutamente drammatiche.
Devo fermarmi per soccorrere un soldato ferito che chiede aiuto – disse a un convegno di giornalisti – oppure devo continuare a fare il mio dovere professionale, ovvero devo andare oltre chi è caduto per poter raccontare una storia?

Un giornalista che si ferma per assistere un ferito non rispetta le regole del mestiere? Si può parlare anche in questo caso di aiuto illecito?

Ettore Mo voleva condividere la ricerca di una risposta che la ragione e le regole da sole non riuscivano a dare.
Davanti all’immagine di due atleti a 250 metri dal traguardo, nell’ascolto di un giornalista di ritorno da un campo di battaglia e in altri casi analoghi c’è qualcosa che bussa alla porta della coscienza.

“Chi gliel’ha fatto fare?”: la domanda torna per tutti.
Forse a una risposta condivisa non si arriverà tanto facilmente, forse non si arriverà mai. La ricerca entra nel mistero di un uomo disposto a perdere una gara per aiutare l’altro ed entra nel mistero di chi, colpito da un grido di dolore, lascia che l’inquietudine metta a soqquadro le carte del mestiere e le carte della vita.

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Fonte: Redattore sociale