Reddito di cittadinanza. Da solo non basta, “riequilibrare la spesa sociale”

La misura dei Cinquestelle e la necessità di una razionalizzazione degli interventi al centro del convegno organizzato a Roma da Welforum.it. Tra i temi emersi la necessità di politiche a sostegno della famiglia. Ortigosa: “Occorrono misure strutturali su cui la famiglia possa contare”

Reddito di cittadinanza. Da solo non basta, “riequilibrare la spesa sociale”

ROMA - Contro la povertà il Reddito di cittadinanza da solo non basta, occorre combinare più politiche, razionalizzare le misure esistenti, riequilibrare la spesa sociale con un’attenzione nuova verso la famiglia. È quanto è emerso dai lavori del convegno “Per contrastare la povertà, combinare più politiche” organizzato da Welforum.it , l’Osservatorio nazionale sulle politiche sociali, ieri a Roma presso la sede dell’Inapp, l’Istituto Nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche. Una giornata di riflessione voluta per “dibattere e maturare una visione e una strategia di contrasto alla povertà di maggior respiro, di medio/lungo periodo”, ha spiegato Emanuele Ranci Ortigosa, direttore welforum.it

Al centro delle riflessioni della giornata non poteva non esserci il Reddito di cittadinanza. Una misura che ha dei “meriti”, che “non bisogna snobbare” e che rappresenta “un’opportunità”, ha spiegato Ortigosa, poiché “mai in Italia si è investito tanto, sia politicamente che finanziariamente, su una misura contro la povertà”, ma che ha anche alcuni limiti, come la “poco accettabile” scala di equivalenza adottata. Una “scivolata” che secondo Ortigosa “ha penalizzato le famiglie con figli”. 

Ed è stata proprio la famiglia il tema su cui si sono concentrati diversi degli interventi della giornata. “In Italia, a differenza di altri paesi, la povertà è un fenomeno eminentemente familiare - ha spiegato Chiara Saraceno, honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino -, con una sovrarappresentazione delle famiglie con minori numerose, con tre e più figli, anche se ultimamente anche quelle con due cominciano ad essere a rischio”. Secondo Saraceno, tuttavia, non si tratta di un fenomeno recente, ma che “risale almeno alla seconda metà degli anni 90, con una forte concentrazione territoriale nel Mezzogiorno e tra le famiglie straniere, che ha fatto aumentare la povertà assoluta nel Nord perché è lì che queste ultime si trovano in prevalenza”. 
Famiglie più povere, nonostante il lavoro. Secondo Saraceno, infatti, “la maggioranza delle famiglie in povertà non sono quelle in cui nessuno lavora - ha spiegato -, e si tratta di un fenomeno che con la crisi, in Italia, si è molto accentuato, più che in altri paesi”. Ovvero, la povertà riguarda “sempre di più famiglie di lavoratori, specie se monoreddito e numerose”. Tra i motivi la precarietà e i bassi salari, ha spiegato Saraceno, ma ci sono anche altri fattori, come “i costi dell’abitazione - ha aggiunto -, sia perché i mutui sono diventati molto pesanti e molto lunghi, sia perché il mercato dell’affitto è molto stretto e costoso”.

Eppure, come ha spiegato Massimo Baldini docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia, in Italia, la spesa sociale continua ed esser “distribuita male”. “Dominano le pensioni, mentre i trasferimenti per la famiglia e contro la povertà sono una quota molto minore rispetto alla media dei paesi europei - ha aggiunto Baldini -. La riduzione della povertà dopo i trasferimenti monetari è bassa per questo motivo”. La spesa sociale italiana, quindi, anche se “alta” è ancora “poco redistributiva”. Secondo Baldini, infatti, “in Italia nel 20 per cento più povero della popolazione solo il 50 per cento riceve almeno un trasferimento monetario - ha aggiunto -. Tutti gli altri non ricevono nulla. Questo conferma che il targeting è basso. Il riequilibrio della spesa sociale verso famiglia e povertà è un tradizionale problema italiano”. 

Mentre in Europa si sta lavorando per una “semplificazione” delle misure di contrasto alla povertà, ha aggiunto Baldini, in Italia l’arrivo del Reddito di cittadinanza non ha semplificato le cose. Secondo Baldini, infatti, “restano altri schemi non coordinati tra loro, come la Carta acquisti ordinaria o il bonus acqua e gas”. Un tentativo di semplificazione era stato avviato con il passato governo, ha aggiunto Ortigosa. “Nella passata legislatura c’era un provvedimento di unificazione degli interventi di sostegno alla famiglia che non è stato approvato ed è decaduto - ha aggiunto il direttore di Welforum -. Era un buon provvedimento di unificazione di tante misure in rapporto alla situazione delle famiglie, numero di figli e anche tenendo presente il reddito. In Italia questo discorso è carente: di fronte alla crisi della natalità andrebbe ripreso in mano, con elementi più certi e non singoli provvedimenti. Occorrono misure strutturali su cui una famiglia, nel programmare il proprio futuro, possa poter contare”.

Ad oggi, infatti, se parliamo di trasferimenti universali a sostegno del costo dei figli, in Italia “abbiamo dei buchi giganteschi - ha spiegato Elena Granaglia, Università degli Studi Roma Tre -. Chi è incapiente non prende detrazioni per carichi familiari, chi non è lavoratore dipendente non prende assegni”. Tutto questo, però, mentre “sappiamo che dove è cresciuto di più il rischio di povertà in questi anni è nelle famiglie a partire da quattro componenti, ovvero con due figli”. Per questo, ha spiegato Granaglia, “credo che l’intervento contro la povertà debba essere comunque generoso, e forse in questo senso ben ha fatto il RdC ad alzare molto gli importi rispetto al Rei, però deve essere molto residuale. Non deve essere la misura portante, ma un intervento integrativo residuale, una volta che abbiamo una serie di altre politiche”. Dello stesso parere Baldini, secondo cui “se dobbiamo cominciare a fare un basic income dobbiamo iniziare dai figli, visto che in Italia i trasferimenti alle famiglie sono bassi e di figli se ne fanno sempre meno. Un trasferimento universale e costante sarebbe urgente”. (ga)

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Fonte: Redattore sociale