L’amore non è invidioso

L’invidia si nasconde come un tarlo dentro quel mobile prezioso che è l’amore coniugale e dentro ogni relazione. È difficile accorgersene, se non per quella tristezza che tutto avvolge.

L’amore non è invidioso

Papa Francesco nel suo commento all’inno alla carità (1Cor 13, 4-7) dopo aver riflettuto sulla pazienza e sulla benevolenza dell’amore, si sofferma sull’invidia che ha i tratti di un tarlo che dal di dentro consuma l’amore (Amoris laetitia, 95-96). 
In greco troviamo il termine “zelos” che può essere tradotto con invidia, ma anche con gelosia. Il Papa richiama alcune caratteristiche che contraddistinguono l’invidioso: l’incapacità di uscire da noi stessi, la tristezza per il bene altrui, la freddezza di fronte ai doni dell’altro, la fatica di accettare la differenza di cui è portatore l’altro, il desiderio arrabbiato di possedere le cose buone dell’altro. 

Il cuore dell’invidia sta nell’incapacità di aprirsi, di donare e donarsi alla persona che dico di amare apprezzandone le qualità.
Chi legge queste parole non può che dire: «Ma che amore è se non si apprezza colui o colei che si dice di amare?». La domanda è ineccepibile, ma la risposta ci porta a ripetere quanto detto: l’invidia si nasconde come un tarlo dentro quel mobile prezioso che è l’amore coniugale e, in senso più ampio, dentro ogni relazione. Gli stessi amanti a volte non se ne accorgono, ma una leggera tristezza avvolge la loro relazione.  

La persona invidiosa soffre dei doni dell’altro perché non è contenta di se stessa, non riconosce le proprie capacità, i propri doni, oppure ritiene di averne pochi e diventa appunto gelosa di chi possiede quella dote o qualità che vorrebbe avere lei. 
Così la persona invidiosa si chiude, non dona e non si dona perché custodisce gelosamente quello che possiede ritenendo che l’altro possieda già tanto. L’invidia diventa mormorazione che si esprime non necessariamente in parole, ma in sguardi, giudizi, provocazioni taglienti. E la mormorazione si trasforma in un costante risentimento che sa trovare in tutto qualcosa che non va. 

Facciamo qualche esempio: io sono burbero, mentre tu sei dolce e paziente; sono arrabbiato con me stesso per questo brutto carattere; la tua bontà e dolcezza sono un quotidiano richiamo al fatto che io non sono così. Che succede allora? Invece di godere di quello che sei, provo rabbia e arrivo anche ad accusarti di essere debole, insicura, troppo accondiscendente.  

Un altro esempio in riferimento alle cose. Tu hai una bella macchina, mentre io non posso permettermi quell’auto e mi pesa avere delle ristrettezze economiche. Non riesco a godere della tua bella auto perché sono concentrato su di me e su quello che mi manca. L’invidia come un tarlo mi porta a criticare, a ritenere l’altro uno spaccone, uno che ostenta la propria ricchezza e così via.  

Nell’invidioso si innesta un meccanismo perverso per cui l’altro è sempre in difetto, non fa quello che dovrebbe nei miei confronti. È come se la mia invidia mi portasse a cercare sempre i suoi difetti perché così posso dire che l’altro non è poi migliore di me. 

Così l’invidioso vive in un eterno confronto con l’altro.
Nella relazione coniugale si diventa attenti calcolatori di quello che faccio io e di quello che fai tu in nome di una presunta giustizia. Nell’invidia l’amore diventa un calcolo di quello che ci metto io e di quello che ci metti tu nella relazione, delle cose a cui io ho rinunciato e di quelle a cui tu hai rinunciato. Ecco perché si fa fatica a donarsi e a farlo gratuitamente.
Ma quando negli affetti entra la logica contrattuale, la logica di una presunta giustizia commutativa, questo ruba la generosità dell’amore che non calcola il dono, non teme di investire quello che possiedo, anche se l’altro, per il momento, ci può mettere solo qualche moneta perché è tutto quello che possiede. 

Quando l’amore non è invidioso? Quando io ti guardo e ti vedo bella, ricca di doni e godo di questo.
Apprezzo quello che sei e che hai anche perché sento che è un dono che tu porti nella nostra relazione e di cui potrò godere anch’io. E poi penso che se ti sei innamorata di me, vuol dire che anch’io ho delle cose belle e grazie a te sento di valere.
Tu mi regali quella fiducia e quella stima che non pensavo di avere. A volte le nostre differenze diventano spigoli dove ci facciamo del male, ma proprio quelle differenze sono ciò che ci ha attratto, ciò che ci è piaciuto dell’altro.  

L’amore maturo è la capacità di uscire da se stessi per cercare e volere il bene dell’altro e la sua felicità.
E quando vedo che tu stai bene e che sei felice, tutto questo mi ritorna e regala anche a me gioia e felicità. «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà» ci ha insegnato Gesù.

Noi credenti sappiamo che siamo tutti amati e voluti da Dio, con i nostri talenti e limiti. Non è facile amare se stessi, star bene con noi stessi, godere di quello che siamo riconoscendo anche i nostri limiti. L’invidia ci blocca, mentre l’amore ci apre e ci fa godere dei doni e talenti dell’altro perché possono diventare una risorsa anche per noi.

Copyright Difesa del popolo (Tutti i diritti riservati)