Problemi di vista

In ebraico per indicare il verbo contemplare si usa un termine che vuol dire anche scovare: chi contempla non vede solamente, scova la realtà profonda delle cose, desidera andare oltre...

Problemi di vista

Gli oculisti hanno una grande preoccupazione: dicono che i giovani non sanno più vedere da lontano.
Continuamente chini sul telefonino o davanti a uno schermo del computer, i loro occhi si disabituano lentamente agli spazi aperti che richiedono una vista acuta. Ci si prospetta una generazione di miopi che aumenteranno sempre di più.

Mi ricordo quello che mi disse una volta un detenuto. Quando uscì, dopo molti anni di prigione, provava una sorta di vertigine perché non era più abituato a guardare un orizzonte lontano: la consuetudine con le mura della cella, la familiarità con i corridoi stretti, l’assuefazione alle sbarre che impediscono una visuale aperta, avevano chiuso anche il suo cervello e i suoi occhi faticavano a orientarsi negli spazi larghi.

Così anche i nostri giovani rischiano di essere prigionieri di mura e di celle diverse: quelle del piccolo mondo legato a un cellulare, a una chat... sempre connessi con il mondo, rischiano in verità di non saperlo vedere realmente.

Questo problema della vista mi ha fatto venire in mente i racconti di guarigioni di ciechi che abbiamo nei Vangeli.
Con questo tipo di miracolo, il Vangelo vuole indicarci la necessità di saper vedere.
I brani sono molti (ad esempio Mc 8,22-26, Mt 9, 27-31; Gv 9, ecc.), come se questo tipo di prodigio fosse particolarmente caro a Gesù: guarisce il cieco nato, i due ciechi di Gerico, il cieco che è anche muto, e così via.
Durante il tempo di Gesù vi erano molte forme di patologie dell’apparato visivo, che avevano poche possibilità di guarigione. La sorte di coloro che ne venivano colpiti era drammatica. Per lo più, non potevano far altro che elemosinare; così oltre a rimanere nell’oscurità, i ciechi vivevano una difficile e umiliante condizione. Per tale ragione i ciechi compaiono nel Vangelo come l’immagine dell’abiezione umana a cui vien meno ogni speranza.

Qualche volta il Vangelo descrive il miracolo nella gradualità del recupero della vista, quasi a dirci che quanto più cresce la fede tanto più aumenta anche la possibilità di vedere.
Papa Francesco in una sua omelia dice: «È tutta la persona a essere interpellata per la fede, ed è tutta la persona a impegnarsi. Non crediamo solo in una maniera intellettuale, ma anche con tutta la personalità fisica, psichica, mentale e sociale. Dio, l’invisibile, si è fatto visibile in Cristo, e questa visibilità si tocca anche nei miracoli che Cristo fa per dare la salute».

Quello che in realtà colpisce è che, pur raccontando di occhi e di sguardi, le esposizioni evangeliche presentano altro: si tratta di andare oltre il vedere in senso stretto e di imparare a contemplare. In ebraico per indicare il verbo contemplare si usa un termine che vuol dire anche scovare: chi contempla non vede solamente, scova la realtà profonda delle cose, va oltre.

Vedere è una scelta: non basta che Gesù guarisca l’occhio spento del cieco, bisogna che poi il cieco voglia davvero vedere.
Come le nuove generazioni, pur credendo di vedere, rischiano in realtà di diventare miopi perché non allargano lo sguardo all’orizzonte, non cercano di andare oltre il confine ristretto di un cellulare o di un pc, così anche noi rischiamo di essere carcerati nelle nostre idee, chiusi nelle nostre piccole convinzioni, incapaci di guardare oltre la realtà per vedere i semi del Verbo di Dio, i segni della sua presenza.
E davanti a questo rischio mi risuonano nelle orecchie alcune parole del profeta Osea che riassumono il pericolo di chi non vuole vedere: «Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto nessuno sa sollevare lo sguardo» (Os 11,7).

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