Tra fatica e riposo...

Sant’Antonio, attento osservatore della natura, prende l’esempio dal volo delle gru e lo applica alla vita dell’uomo invitandolo a “dare il cambio nella fatica”, perché senza riposo non si resiste a lungo.

Tra fatica e riposo...

La preghiera di compieta con cui la liturgia delle Ore “completa” la giornata, chiede di poter riposare per essere pronti a ripartire nel nuovo giorno con rinnovata energia.
Anche il salmo 104, definito il Cantico delle creature del Primo Testamento, prega così rivolgendosi a YHWH: “Stendi le tenebre e viene la notte… sorge il sole… allora l’uomo esce al suo lavoro per la sua fatica fino a sera” (vv. 20-23).
Lavoro e riposo; riposo e lavoro è un alternarsi biologico che rimanda a bisogni profondi che appartengono alla struttura stessa dell’uomo. Anche Gesù si riposava. Betania era il luogo del riposo, dell’incontro amicale, delle relazioni libere e liberanti dell’amicizia.

L’estate è una stagione che noi associamo, più o meno consapevolmente, alle ferie, al riposo, allo stacco dalla quotidianità per un periodo di relax.
Se si intende l’andare in montagna o al mare, sappiamo che non tutti oggi possono permetterselo: la crisi, gli acciacchi, le solitudini, rendono spesso impossibile questo andare “altrove”.
Un’impossibilità che, tuttavia, non toglie la necessità del “riposo” che, prima di essere un luogo geografico, esteriore, è un luogo psicologico, interiore di noi stessi.

Cosa ci può dire sant’Antonio a questo proposito? Prima che sia lui a dircelo, possiamo essere noi a dire di lui: in verità, era un uomo che molto riposo non se lo deve avere concesso.
La ricognizione del corpo avvenuta nel 1981 e gli studi medici seguiti su i suoi resti, ci dicono di un uomo arrivato sfinito alla fine della sua ancora giovane vita. Un grande camminatore per annunciare la parola di Dio, ginocchia consumate dallo stare prolungatamente in ginocchio, sostanzialmente vegetariano. Può darsi che non ci abbia dato un buon esempio in questo senso, ma sappiamo che i santi hanno avuto tutti una passione bruciante per il Signore e il suo Regno, spendendosi totalmente.

Ciò non toglie che anche frate Antonio avesse i suoi momenti di riposo interiore. Ce lo dicono i luoghi di Montepaolo, eremo nell’appennino romagnolo (ahimè, lasciato proprio in questi ultimi tempi dai frati!), l’eremo di Brive abitato durante il periodo in cui operò in Francia; ce lo dice il paese di Camposampiero dove lo stanco frate Antonio si era ritirato, dopo l’impegnativa campagna di predicazione nella città di Padova del 1231. Lì, nella campagna padovana, accolto da un amico, Tiso, che gli aveva fatto costruire una capanna su un noce, sospeso tra terra e cielo, come dice la sua prima biografia, ma anche luogo dell’appuntamento con “sorella morte” che egli volle incontrare muovendosi verso il luogo di Santa Maria Mater Domini nella città di Padova, che già lo aveva amato per la forza della sua parola e per la sensibilità premurosa verso chi si trovava nel bisogno, un’attenzione accogliente arrivata fino ai nostri giorni! 

In questo alternarsi tra fatica e riposo, nel muoversi tra città ed eremo, tra parola predicata e parola pregata, Antonio era, anche in questo, discepolo di san Francesco.
Il Fondatore aveva scritto per i primi frati proprio una “Regola per gli eremi”, in cui proponeva un alternarsi tra i ruoli evangelici interpretati da Marta e Maria, tra azione e contemplazione, tra fatica e riposo.
Il discepolo del Santo di Assisi, frate Antonio, lo dice a modo suo: “L’uomo sollecito delle cose dello spirito, dopo aver accudito alle necessità materiali e dopo essersi liberato da pensieri e preoccupazioni, rientra nella sua casa, cioè nella sua coscienza, e chiusa la porta dei sensi, riposa con la sapienza dedicandosi alla contemplazione divina, nella quale assapora la dolcezza della quiete spirituale” (X dom. di Pentecoste, 14).
Antonio, attento osservatore della natura, prende l’esempio dal volo delle gru: volano altissime per individuare meglio il territorio da raggiungere; tutte si prendono cura di quelle più stanche, in modo che se qualcuna viene meno, tutte si uniscono, sostenendo quelle stanche finché con il riposo recuperano e forze. Un esempio che prende dalla natura e che lo applica alla vita dell’uomo, invitando a “dare il cambio nella fatica, perché senza alternare il riposo alla fatica, non si resiste a lungo” (IV domenica di Pentecoste, 4).
Al mare o in montagna, se possiamo, o nel “luogo” della nostra interiorità, un augurio per un riposo che ci permetta di ripartire nel viaggio della vita!

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