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Ci sono storie che non ci si stanca di sentire, come quella di Pinocchio o dei Promessi sposi; ci sono storie che non finiscono mai, come quella della filastrocca di “sior Intento”; ci sono storie con un lieto fine come nelle favole.
E quella del Santo dei miracoli che storia sarà? Possiamo certamente dire che storia è stata, visto che è arrivato al glorioso traguardo dei 130 anni.

Lo scrittore Antoine de Saint-Exupéry, nel racconto Il Piccolo principe, fa questa famosa affermazione: «non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».
L’ho sempre considerata in senso spirituale, pensando alla sensibilità interiore di cogliere il significato profondo delle cose e della vita. Credo che l’espressione possa valere anche in riferimento alle persone, a quelle che sono spesso definite “invisibili”. 

Con la risurrezione di Gesù non annunciamo un evento solo religioso o spirituale. È fare affidamento alla potenzialità divina che è inscritta in noi come creature di Dio e confidare nella forza del suo Spirito. Una società che non porta in sé delle certezze, delle motivazioni di bene, una speranza per il domani e nella bontà delle persone non ha futuro. Quanto è urgente diffondere speranza e instillare sentimenti positivi nella vita sociale!

Chi pensa che la spiritualità non abbia a che fare con le problematiche sociali rischia di vivere separato dalla storia. La politica, l’economia, la gestione del bene comune, la sicurezza... sono tematiche che riguardano la vita di ogni credente e che trovano ospitalità in ciò che chiamiamo “dimensione spirituale”.

Quando una persona si sente male la gente accorre. Si avvia una gara di solidarietà per prestare soccorso. Poi arriva l’ambulanza e il personale paramedico si prende cura del caso. In pochi decenni la medicina ha fatto passi da gigante e ha aumentato di molto le aspettative di vita. Molte malattie, un tempo incurabili, oggi non fanno più paura. Ma le cure mediche sono sufficienti? 

Quello che si apre è un anno davvero significativo per l’Associazione Universale di Sant’Antonio. Ne sono, infatti, passati ben 130 da quando è uscito il primo numero della rivista “Il Santo dei miracoli”. Altre le forme, diverso lo stile, ma l’intenzione degli inizi è rimasta. Una lunga storia realizzata negli anni, pagina dopo pagina, dal fondatore don Antonio Locatelli, prima, e dai direttori che si sono succeduti (mons. Guido Bellincini, mons. Giovan Battista Brotto Bertoncello, mons. Antonio Dissegna, mons. Antonio Barbierato).
Una storia fatta anche dagli aderenti, da voi associati e associate che avete permesso, mese dopo mese, di continuare a diffondere ininterrottamente le parole e la spiritualità antoniana. Un grazie sincero a tutti.

Chi non si è commosso di fronte alla culla del proprio figlio, del proprio nipote, di un bimbo appena nato? Immagine di una profonda tenerezza suscitata da una vita che si apre al mondo. È la stessa tenerezza con la quale Dio ama il mondo e che ancora una volta si svela nella memoria della nascita del suo Unigenito. È la tenerezza divina che assume il volto delle sue creature abbassandosi al loro livello senza svilirsi. E questo solo per amore.  

Se ne parla tanto, soprattutto perché ce n’è poco e mal distribuito. Il futuro non si presenta roseo e i giovani sono sempre più sfiduciati. Secondo le ultime statistiche l’Italia ha il triste primato in Europa per numero di “Need”, ovvero i giovani dai 15 ai 24 anni che non hanno e non cercano lavoro: siamo quasi al 20%. Sembra suonare quasi ironico l’articolo 1 della Costituzione affermando che siamo una Repubblica fondata sul lavoro.

Ricordo un volume famoso del teologo milanese Giuseppe Angelini che così titolava: Educare si deve, ma si può? Un interrogativo che inquieta e che sembra adattarsi alle attuali fatiche di genitori, insegnanti, formatori. Educare è diverso da insegnare, ammaestrare, trasmettere contenuti. Educare è più pregnante, più inclusivo, più dialogico. È il tema sul quale la Conferenza episcopale italiana ha centrato gli Orientamenti pastorali in questo decennio pur passato in secondo piano sotto l’incalzare del “mondo nuovo” di papa Francesco.

Il periodo estivo vede paesi e borghi impegnati in feste popolari, processioni religiose, “sagre” paesane. L’occasione è legata al ricordo dei santi patroni portati per le vie, onorati con preghiere, canti e bande musicali. Agli occhi del profano paiono devozioni popolari d’altri tempi, specialmente quelle del sud Italia, accompagnate spesso da rumorosi scoppi pirotecnici, momenti conviviali e balli. Religiosità e mondanità si incrociano: difficile dire dove finisca l’una e cominci l’altra. Un fenomeno sociale meno presente nelle nuove generazioni dove il senso del sacro trova poche espressioni devozionali e folcloristiche.

Se ci dessero un pezzo di pane vecchio di centotrent’anni non avremmo nemmeno il coraggio di guardarlo. Nel caso dell’Associazione si tratta di un miracolo! Non un miracolo di conservazione, ma di perseveranza.

Il2017è un anno davvero speciale perFatimae per tutto ilPortogalloche si prepara a celebrare ilcentenario delle apparizioni della Vergine. Un evento straordinario che il mondo cattolico attende con trepidazione. Lo splendido santuario sarà anche teatro della visita di papa Francesco che si recherà nel luogo delle apparizioni nei giorni 12 e 13 maggio.

Il sepolcro vuoto è uno dei segni visibili della risurrezione di Gesù. Non ne è la conferma, ma l’evidenza di una assenza.
Le prime a vedere la tomba senza il corpo di Gesù sono state le donne, poi gli apostoli, poi gli altri discepoli. Donne e discepoli sono stati anche i primi a incontrarlo. E quel vuoto si è trasformato in una presenza. Lo stupore del mattino di Pasqua si è caricato di speranza: quel vuoto e quel silenzio indicavano una possibile novità. Gli entusiasmi naufragati sul Golgota sono alla fine diventati certezza per la presenza del Maestro vivo.

Tempo fa un’anziana associata mi diceva al telefono che le dà una grandissima gioia l’arrivo de Il Santo dei miracoli perché è come avere una guida e un sostegno. Quello che non si riesce più ad avere con la presenza dei familiari lo si cerca in qualcos’altro. I genitori prima o poi ci lasciano; i figli seguono le loro strade, gli amici si diradano… Rimangono, però, fondamentali gli affetti e la vicinanza fraterna di persone amiche.

Mi permetto di assecondare l’aria carnevalesca del mese di febbraio in riferimento alla figura del nostro grande santo Antonio. Lo spunto mi viene da uno dei più significativi avvenimenti legati alla sua figura che ricordiamo proprio in questo mese: la festa della traslazione delle reliquie (15 febbraio), popolarmente detta festa della lingua