In silenzio, a occhi chiusi

Riconoscere ogni frammento di umanità che ha il suono della vita, che mai sa dire chiaramente quando inizia il giorno e termina la notte. E proprio allora tutto torna a farsi primavera.

In silenzio, a occhi chiusi

Chiudere gli occhi. Aspettare. E sentire il rumore dei passi della vita che scorre dentro, accanto, intorno.
Riconoscere a chi appartengono le parole che vediamo, a occhi chiusi. Molto, molto di più è quello che è possibile sentire ascoltando il suono dello sguardo di ogni vita che incontriamo. E lasciare che tutto, anzi, proprio ciascuno, ciascun passo, ciascuno sguardo, ciascun frammento divenga traccia: traccia di un’armonia che da soli, altrimenti, nemmeno sapremmo immaginare.

E lì, mentre tutto scorre limpido e parlante dinnanzi ai nostri occhi chiusi, confusi, gonfi di lacrime cariche di domande, affetti, nostalgie, lì finalmente ogni dettaglio diventa riconoscibile, leggibile, evidente. Ciò che per lo più rimaneva mistero e inafferrabile desiderio finalmente si trasforma in incompiuta pienezza. E tutto si fa chiaro. Mentre gli occhi rimangono chiusi. Ad aspettare. A lasciar passare, scorrere, arrivare, andare: accarezzare.

Così ci si accorge che la vita è primavera, una continua primavera.
Torna. In silenzio, si presenta sulla scena, anzi, torna a essere feconda, dopo ogni inverno che sembra sempre troppo lungo e appare comunque un frattempo eccessivo che riesce a prendersi quella parte di luce che appare spesso troppo breve, ma sempre la migliore.
Ma solo a occhi chiusi diventa possibile ascoltare il rumore di un germoglio che torna a dire quanto forte e irresistibile sia, dentro e oltre noi stessi, la forza della luce. Nel buio le parole diventano importanti, significative, parlanti. Perché lasciano immaginare, permettono spazi che mai possono diventare confini, ma solamente soglia che apre e allarga verso spazi, luoghi, incontri che mal sopportano la limitazione di condizionamenti che si fermano al suono, all’esterno dell’esistere.

E arrivare, invece, alle parole, ai volti, ai passi, alle mani della vita. Mentre in silenzio restiamo, al buio, ad ascoltare.
E se parliamo di vita, se pronunciamo i nomi della vita, quelli che abitano, talora affollano, i nostri occhi chiusi, allora noi, proprio noi, ciascuno, siamo il silenzio – come canta Fiorella Mannoia nel suo ultimo “Il peso del coraggio” – «siamo il silenzio che resta dopo le parole, siamo la voce che può arrivare dove vuole, siamo il confine della nostra libertà, siamo noi l’umanità».
Quel frammento di umanità che ha il suono della vita, che mai sa dire chiaramente quando inizia il giorno e termina la notte. O quando finalmente accade il compimento di un incontro che genera vita nuova, germoglio, riconoscimento. Ecco, lí. Proprio lí. Eppure lí, nell’incompiutezza della vita tutto torna a farsi primavera come fosse l’unica, la prima, l’ultima e accade qualcosa che prima, mai, era esistito.
E ognuno «ha la sua parte in questa scena – continua Fiorella Mannoia – ognuno ha la sua schiena per sopportare il peso di ogni scelta, il peso di ogni passo, il peso del coraggio». E noi, a occhi chiusi, possiamo farci pronti ad ascoltare, a cominciare, a ricominciare: a occhi aperti, finalmente, a ringraziare, e a camminare, con coraggio, dentro a un’armonia di cui siamo nota e melodia, parte e pienezza.

Germano Bertin

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