La stalla di Christian

Quando ti prendi cura di qualcosa o qualcuno senti che ti appartiene, non nel senso che lo possiedi, ma che fa parte di te come tu fai parte di lui. E questo ti apre al futuro in modo nuovo.

La stalla di Christian

L’altro giorno Christian mi ha parlato della sua stalla e, soprattutto, delle sue vitelle. Ne aveva fatte nascere due qualche mese fa quando c’era anche suo padre che lo aiutava. Per tutta l’estate se ne era preso cura ogni giorno ed erano le prime che andava a trovare, la mattina alle sei quando iniziava il lavoro: cambiava loro la paglia, controllava che avessero mangiato, osservava con grande attenzione il loro naso e gli occhi per capire se avevano qualche brutta malattia. Il nonno, a suo tempo, gli aveva insegnato a osservare come tenevano le orecchie e come muovevano la testa per sapere se respiravano bene.

Lo si vedeva da come gli brillavano gli occhi quanto fosse orgoglioso della sua stalla. Ma quella stalla non è sua, è di suo padre. Lui a 15 anni frequenta ancora l’istituto tecnico agrario, dove ci vive pure, dal lunedì al sabato, perché, anche se si alzasse alle 5, non ci sarebbero pullman che lo porterebbero in tempo per l’inizio della scuola. Quando torna a casa si fa raccontare tutto da suo fratello con le stesse precise domande che farebbe suo padre per assicurarsi che ogni cosa sia a posto. E, comunque, un giro dalle sue vitelle non glielo toglie nessuno, non perché ci sia affezionato come lo potrebbe essere per un cane, ma perché sono il frutto della sua cura, del suo lavoro fatto bene, sono la riprova che sarà un buon allevatore.

Christian l’ho conosciuto perché ogni tanto ci passo per quella scuola e avevo visto un gruppetto di ragazzi che schiamazzavano. «Oh, oh – mi son detto – ecco un assembramento che non ci vuole». Così mi son fatto vicino preparandomi già le parole da usare per convincerli a tenere le distanze. In realtà voi ragazzi spesso vi mostrate molto più coscienziosi di noi adulti. Difatti non solo c’era molto più di un metro tra l’uno e l’altro, ma tenevano la mascherina pur essendo all’aperto in un mese, settembre, in cui era ancora concesso starne senza. Al centro dell’attenzione c’era lui, Christian, che raccontava quel che succedeva in classe, descrivendo compagni e insegnanti in modo esilarante e, devo ammettere, molto acuto. Stava raccontando di un professore tormentato da un alunno che gli chiedeva come nascevano i vitellini, con l’evidente scopo di metterlo in imbarazzo. Al che gli ho chiesto se avesse mai visto nascere un vitello, e da qui ho scoperto della “sua” stalla.

Cosa ho capito? Ho capito che quando partecipi a una nascita, quel che ne nasce lo senti tuo, anche se non è uscito dalla tua pancia o non era tua la mucca che lo ha partorito. E così quando ti prendi cura di qualcosa o qualcuno senti che ti appartiene, non nel senso che lo possiedi, ma che fa parte di te, come tu fai parte di lui. Può capitare anche con la squadra del cuore, che sostieni con il tuo tifo ogni volta che gioca, fino a sentirla tua e tua ogni sua vittoria anche se non sei mai sceso in campo. Questo non fa di te per forza un fanatico, che non vede altro nella sua vita: Christian ha bene in mente le sue vitelle, ma sa anche benissimo stare e divertirsi con i suoi amici. Però questo ti cambia dentro e ti mette in maniera diversa di fronte al domani, ti allarga il respiro (nonostante la mascherina) e lo sguardo vede già al di là della nebbia, lì dove vuole arrivare.

Si dice che Gesù sia nato in una stalla, in mezzo a pastori che non coltivavano i muscoli, né accumulavano denaro per garantirsi un domani, ma si prendevano cura delle pecore e facevano nascere agnelli per aggiungere giorni al loro futuro. Beh, conosciuto Christian, non fatico a crederlo. Non c’era modo migliore per entrare a far parte delle nostre vite.                 

Gabriele Pedrina

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