La via della pace

Sant’Antonio è stato un grande annunciatore della Parola e della giustizia del Signore nella Chiesa e nella società del suo tempo. Ma quali potrebbero essere - oggi - le sue parole?

La via della pace

Questo vostro papa, che ha preso a vessillo il nome del nostro fratello Francesco, indica come tema per la giornata mondiale della pace 2019, che si celebra il 1° gennaio, la “buona politica” come servizio attivo alla pace.
Pace e politica: nei miei Sermones ho parlato con parsimonia di pace e dell’impegno politico per il bene comune. Ero tutto proteso alla “pace dell’eternità” rispetto alla quale è effimera “la pace del tempo e del cuore”.
La via della pace è per me nella scelta radicale del Vangelo, quella degli “uccelli del cielo” e dei “gigli del campo” che non arano iniquità e non seminano ingiustizia. Ma voglio insistere su quel “del campo”: «non del deserto – ho scritto nell’omelia della 15a Domenica dopo Pentecoste – e non del giardino. Il campo è il mondo (cf Mt 13,38), nel quale mantenersi fiore è tanto difficile quanto meritorio. Fioriscono nel deserto gli eremiti, che rifuggono dall’umana compagnia. Fioriscono nei giardini cintati i claustrali sui quali vigilano con cura i loro “custodi”. Ma è molto più meritorio ed eroico che i penitenti riescano a fiorire nel campo. Cioè nel mondo, dove tanto facilmente si distrugge la duplice grazia del fiore, vale a dire la bellezza della vita santa e il profumo della buona fama».

Dei tre “stati” quindi, quello dell’eremita, del monaco e di chi vive nel mondo, quest’ultimo è più meritevole perché accetta le provocazioni del suo tempo e qui opera alla luce della fede.
Non sono parole astratte: ho sperimentato nella mia vita questi “stati”. Giovinetto, scelsi il chiostro di Lisbona per staccarmi dal mondo e studiare teologia; poi sono andato a Coimbra per sfuggire alle visite insistenti di parenti e amici, che non accettavano di buon grado il mio distacco.
Qui però gli intrighi del mondo non sono finiti, così è maturato in me il passaggio all’ordine dei Minori per andare in Marocco, e testimoniare con il martirio il Vangelo agli arabi, nemici di sempre della mia gente. Il Signore ha vanificato i miei progetti con una malattia invalidante e poi con una provvidenziale tempesta che mi ha portato in Italia. È iniziata una nuova vita, mi sono fatto eremita, seppur a servizio di un convento, a Monte San Paolo, dove ancora si trova la grotta in cui pregavo e digiunavo.
Ed ecco la nuova “conversione”: la scoperta delle mie doti oratorie spingono i superiori a mandarmi, apostolo itinerante, nelle Romagne, in Francia, nell’Italia Settentrionale. Forte dell’esperienza del chiostro e dell’eremo, ho frequentato piazze e strade delle città comunali, tumultuosamente invase da cambiamenti economici e sociali. La società feudale stava cambiando, offriva nuove opportunità di ricchezza, in commercio e industria, ma anche gravi rischi d’impoverimento ed emarginazione.
In questo contesto vidi la “buona politica” nella lotta all’usura e nel suggerire al comune padovano una legge meno crudele verso i debitori insolventi. Al contrario d’altri, in questa Padova ricca di santità, come il beato Giordano Forzaté eroico difensore delle libertà comunali contro Ezzelino, che ha pagato con la prigione e la vita, non mi sono però immerso nell’agone politico. L’unico intervento, vano oltretutto, alla corte ezzeliniana è stato di carattere umanitario, per chiedere la liberazione di alcuni prigionieri. Ho voluto dare l’esempio, accanto alle parole, di una visione attiva della vita cristiana: non curarsi di ciò che si indosserà e si mangerà, ma della salvezza del prossimo.

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