Lo sguardo all’insù

Siamo inclini più al lamento che alla lode, più al piagnucolio che al ringraziamento; simili al popolo d’Israele che, in cammino verso la terra promessa, aveva smarrito il senso del percorso...

Lo sguardo all’insù

Sono giorni che sono circondata da gente che si lamenta perché è stanca: lavora troppo, non ha mai un attimo per sé, gli sembra di girare a vuoto e così via.
Visi tristi, musi lunghi, un brontolio costante molto simile alla mormorazione del popolo d’Israele che in cammino verso la terra promessa non faceva che mugugnare che aveva fame, che aveva sete, che era stanco: perdeva di vista il senso del suo percorso, si limitava a sopportare il peso del lungo esodo, invece di gustare la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto.

Ogni volta che rileggo quelle pagine rimango sorpresa: tutta quella gente aveva visto prodigi grandiosi, persino un mare aprirsi davanti ai loro passi e poi travolgere il nemico.
Non so quali altri segni avrebbe potuto dare Dio per far comprendere al suo popolo che Egli lo guidava e lo liberava. Eppure eccolo lì, malmostoso, sempre di cattivo umore, pronto a tradire l’alleanza, disobbediente a Mosè. Il racconto esodico, in realtà, sembra descrivere perfettamente la nostra vita: siamo inclini più al lamento che alla lode; più al piagnucolio che al ringraziamento.

Mi è tornato in mente un racconto che mi ha molto colpito.
Parla di un uomo, un pellegrino, nel Medioevo, che si reca in cammino verso un santuario. Mentre s’inerpica su una strada tra grandi cave di pietra, sotto un sole cocente, vede degli uomini impegnati a tagliare le pietre con i loro scalpelli.
Si rivolge al primo, coperto di sudore e di polvere, le braccia sanguinanti per le schegge delle pietre e gli chiede cosa stia facendo. L’uomo, infastidito dalla domanda inopportuna, senza nemmeno guardare l’interlocutore, risponde: «Non lo vedi? Mi ammazzo di fatica».

Il pellegrino non osa dire nulla, prosegue nel suo cammino e incontra un altro spaccapietre, altrettanto affaticato, sudicio e irritato.
«Che cosa fai?». «Non lo vedi? Lavoro tutto il giorno per dar da mangiare ai miei figli», risponde l’operaio.

Il pellegrino continua il suo viaggio e incontra un terzo scalpellino, malridotto come gli altri, ma sereno.
Il viandante rimane stupito dalla differenza di atteggiamento e gli chiede ugualmente: «Che cosa fai?». E l’uomo risponde soavemente: «Non lo vedi? Sto costruendo una cattedrale» e gli indica la grande chiesa che sta sorgendo in cima alla collina.
In realtà egli, come gli altri, rompeva solamente le pietre, ma ne vedeva il senso profondo.

Ecco la soluzione!
Tutti siamo come quegli uomini che lavorano sotto il sole, tutti siamo stanchi, laceri e feriti, ma dobbiamo imparare a guardare in alto. Se rimaniamo chini sulla nostra fatica siamo simili al primo uomo che vede solo le pietre da spaccare; se ci sforziamo un po’ possiamo essere affini al secondo che almeno scopre uno scopo per la sua fatica; ma se ammiriamo il nostro orizzonte, intuiamo che stiamo costruendo cattedrali.
È per questo che nel libro del profeta Osea abbiamo questa amara constatazione di Dio: «Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo» (Os 11,7).
Se durante l’esodo, Israele avesse sollevato lo sguardo, non sarebbe caduto nella mormorazione. Anche noi, dobbiamo portare lo sguardo più in alto, per contemplare le meraviglie che il Signore compie con le nostre piccole vite: noi costruiamo cattedrali mentre camminiamo verso la terra promessa.

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