Rimanere al verde

Diverse teorie spiegano l’origine dell’espressione popolare “restare al verde”, cioè rimanere senza soldi. Una di queste la fa dipendere dal colore finale delle candele usate nelle aste pubbliche: quando la candela arrivava al segno verde si chiudevano le contrattazioni. La suggestione cromatica mi riporta all’evento ecclesiale di questo mese: il sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica (6-27 ottobre). 

Rimanere al verde

Papa Francesco lo ha indetto per più motivi: anzitutto ecclesiali e poi ecologici.
L’Amazzonia è un immenso territorio del Sud America che non ha ancora conosciuto una evangelizzazione diffusa. Ci sono missionari itineranti, ma è necessario passare da una “pastorale della visita” a una “pastorale della presenza”, per far sì che il Vangelo possa attecchire. Le distanze, la conformazione del territorio, i retaggi coloniali, i pochi missionari, non aiutano a generare la fede.

Ma l’Amazzonia è anche uno dei polmoni verdi della terra. Un ambiente sempre più minacciato che mette a rischio la vita stessa del pianeta.
La candela si sta consumando, ma stavolta abbiamo tutto l’interesse di “rimanere al verde”. È il verde della biodiversità (dal 30 al 50% della flora e fauna del mondo), il verde dell’acqua e dell’ossigeno prodotto, il verde di una cultura indigena che ha molto da insegnare sull’equilibrio tra l’uomo e il creato.

«La difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita», ci ricorda papa Francesco. La vita, infatti, è strettamente connessa al territorio. Per questo, se si vuole difendere la vita occorre difendere la terra, con le sue risorse e i beni naturali. E, difendendo la terra, si difende la vita e la cultura dei popoli, la possibilità di esercitare i diritti fondamentali e di vivere un’esistenza dignitosa. 

La difesa della terra è legata al bene delle persone.
È l’idea di una ecologia integrale, della «convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso», come afferma l’enciclica Laudato si’ (n. 16).
È un approccio che guarda all’ambiente non solo dal punto di vista strettamente naturale, ma tenendo conto della dimensione umana, sociale, culturale e spirituale. Custodire il creato significa custodire ogni essere umano in tutte le sue dimensioni vitali.
Nel paradigma tecnocratico attuale lo sviluppo tecnologico viene assolutizzato e ritenuto da solo capace di soddisfare il desiderio di vita autentica che è nel cuore di ogni persona. Si presenta come una cultura globale che fa perdere l’orizzonte trascendentale e il valore di relazioni autentiche. In questo la spiritualità del Vangelo ha molto da dire, quel vangelo della vita che la Chiesa vuole far germogliare anche in Amazzonia per il bene di tutti.

Il cantico delle creature risuona come la poetica traduzione di una inevitabile alleanza con il creato perché ne va della nostra stessa vita.
Eloquente la scelta del nostro amico e protettore sant’Antonio che negli ultimi tempi della sua vita ha trovato refrigerio tra le fronde di un noce, l’abbraccio della natura a favorire la preghiera e la contemplazione. Forse anche per noi è preferibile “rimanere al verde” piuttosto che trasformare in denaro ogni risorsa terrena per poi accorgerci che i soldi non si possono mangiare.

Papa Francesco lo ha indetto per più motivi: anzitutto ecclesiali e poi ecologici. L’Amazzonia è un immenso territorio del Sud America che non ha ancora conosciuto una evangelizzazione diffusa. Ci sono missionari itineranti, ma è necessario passare da una “pastorale della visita” a una “pastorale della presenza”, per far sì che il Vangelo possa attecchire. Le distanze, la conformazione del territorio, i retaggi coloniali, i pochi missionari, non aiutano a generare la fede. Ma l’Amazzonia è anche uno dei polmoni verdi della terra. Un ambiente sempre più minacciato che mette a rischio la vita stessa del pianeta.

La candela si sta consumando, ma stavolta abbiamo tutto l’interesse di “rimanere al verde”. È il verde della biodiversità (dal 30 al 50% della flora e fauna del mondo), il verde dell’acqua e dell’ossigeno prodotto, il verde di una cultura indigena che ha molto da insegnare sull’equilibrio tra l’uomo e il creato. «La difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita», ci ricorda papa Francesco. La vita, infatti, è strettamente connessa al territorio. Per questo, se si vuole difendere la vita occorre difendere la terra, con le sue risorse e i beni naturali. E, difendendo la terra, si difende la vita e la cultura dei popoli, la possibilità di esercitare i diritti fondamentali e di vivere un’esistenza dignitosa.

La difesa della terra è legata al bene delle persone. È l’idea di una ecologia integrale, della «convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso», come afferma l’enciclica Laudato si’ (n. 16). È un approccio che guarda all’ambiente non solo dal punto di vista strettamente naturale, ma tenendo conto della dimensione umana, sociale, culturale e spirituale. Custodire il creato significa custodire ogni essere umano in tutte le sue dimensioni vitali. Nel paradigma tecnocratico attuale lo sviluppo tecnologico viene assolutizzato e ritenuto da solo capace di soddisfare il desiderio di vita autentica che è nel cuore di ogni persona. Si presenta come una cultura globale che fa perdere l’orizzonte trascendentale e il valore di relazioni autentiche. In questo la spiritualità del Vangelo ha molto da dire, quel vangelo della vita che la Chiesa vuole far germogliare anche in Amazzonia per il bene di tutti.

Il cantico delle creature risuona come la poetica traduzione di una inevitabile alleanza con il creato perché ne va della nostra stessa vita. Eloquente la scelta del nostro amico e protettore sant’Antonio che negli ultimi tempi della sua vita ha trovato refrigerio tra le fronde di un noce, l’abbraccio della natura a favorire la preghiera e la contemplazione. Forse anche per noi è preferibile “rimanere al verde” piuttosto che trasformare in denaro ogni risorsa terrena per poi accorgerci che i soldi non si possono mangiare.

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