Verbum caro (hic) factum est

Dire che è già Natale è affermazione scontata, legata al tempo che sembra scorrere veloce. È per questo che inizio già ad agosto, come battuta, a dire che «oramai è Natale» e che bisogna pensare al presepe. E quando ho scritto queste righe, per esigenze di stampa, faceva ancora caldo. Non è facile immedesimarsi in un evento che capiterà più avanti. Ma è forse più facile pensare a ciò che è accaduto 2000 anni fa? «Il Verbo si è fatto carne» ieri, come fosse oggi. 

Verbum caro (hic) factum est

Nella basilica di Nazareth, dove storicamente la tradizione individua il luogo nel quale Maria riceve dall’angelo l’annuncio della nascita del Salvatore, c’è una scritta in latino che recita: Et verbum caro (hic) factum est. Rispetto al passo del vangelo di Giovanni (cap. 1,14) c’è l’aggiunta di hic (qui).

Sì, “qui”, proprio qui il figlio di Dio si è fatto carne, è diventato uomo nel grembo di Maria. Quell’avverbio di luogo ha valore anche per noi oggi. Possiamo dire “qui e oggi” è nato Gesù: in ogni luogo e in ogni tempo. Perché la sua nascita ha un valore universale che attraversa lo spazio e il tempo.

Per questo posso parlare del Natale anche in estate. La sua incarnazione è un evento unico che dà valore alla vicenda di ogni persona su questa terra.
Il suo farsi carne significa aver assunto, condiviso e preso su di sé la realtà umana in pienezza e per sempre. Gesù continua ad essere presente nella mia umanità, nella mia terra, nella mia quotidianità. Questo il riconoscimento di cui oggi c’è bisogno.

L’umanità ha bisogno di ritrovare il suo valore, una umanità divinizzata dalla presenza di Dio.
Ci sono dei segni che possono essere letti come desiderio di umanizzazione nonostante il degrado al quale stiamo assistendo. Prendiamo coscienza che la tecnologia non basta. Le macchine non hanno un’anima. L’informatica non risolve tutti i problemi. Soprattutto non ci fanno sentire più umani.

I germi di una ricomposizione dell’umano si vedono nella rinnovata attenzione per il creato, per la natura, per le sue creature.
C’è un ritorno alla terra: piccoli orti coltivati nelle città, in mezzo al cemento, per ristabilire un legame, per prendersi cura e assaporare una genuinità perduta; la compagnia di animali a quattro zampe, come bisogno di relazione, di contatto vivo, rimedio forse paradossale alla solitudine e all’anonimato. Piccoli segnali di un anelito a ridare un tratto umanizzante alla nostra vita. Purtroppo non è ancora tutto, perché spesso sono proprio le persone a rimanere fuori da questa attenzione per ciò che umanizza.

Dio che si fa carne nel mistero nel Natale ci rivela il valore profondo di ogni persona all’interno della bontà del creato.
È lì che dobbiamo arrivare, considerando che anche oggi la carne umana è quella stessa che è stata assunta dal figlio di Dio. Egli ora è ogni uomo, donna, giovane, povero, ricco, anziano... che abita questo mondo e si umanizza in loro.
Per dirla con la splendida immagine del Prologo del vangelo di Giovanni «ha posto la sua dimora in mezzo a noi» e continua a porla perché l’umanità che ha assunto è per sempre. Così chiosa sant’Antonio: « ...troverete la sapienza che balbetta, la potenza resa debole, la maestà abbassata, l’immenso fatto bambino, il ricco fattosi poverello ... questo dunque sarà per voi il segno» (Sermone sul Natale del Signore). Il Verbo continua ad essere carne in noi, qui – oggi – sempre perché possiamo umanizzarci per mezzo della sua divinità.
Che sia un santo Natale di pace per tutti voi, fedeli sostenitori, assieme alle vostre famiglie.

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