Perché lo spread scende ed è un bene per l'economia?

Claudio Borghi Aquilini, deputato storicamente no euro ed attuale presidente della commissione bilancio della Camera, ha di recente ammesso candidamente di aver guadagnato il 25% grazie alla riduzione dello spread.

A meno che non si sia degli speculatori o dei provetti investitori, spesso è difficile associare l'andamento degli interessi sui titoli di stato con la propria ricchezza personale. 

Un legame, invece, c'è ed è tutta questione di fiducia.

Perché lo spread scende ed è un bene per l'economia?

C'è stata un'epoca in cui le monete coniate avevano un valore relativo, una stagione piuttosto lunga in cui la ricchezza si spostava a bordo di velieri e galeoni guidati da audaci comandanti.

Ad organizzare queste spedizioni c'erano degli armatori che, spesso e volentieri, usavano strumenti come le lettere di credito per garantire un valore alle loro ricchezze.

Pagherò, assegni e cambiali nascono tutti più o meno così, attraverso la comune accettazione di un titolo in fede di un pagamento. Ciò che vale non è il foglio di carta in sé ma ciò che quel foglio rappresenta.

Il debito pubblico è comunque un debito

L'esempio più classico di prestito è, probabilmente, il mutuo sottoscritto per l'acquisto della casa: a fronte di un finanziamento che ci si impegna a restituire nel corso del tempo, si offre a garanzia l'immobile e si accetta, quale prezzo del servizio, il pagamento di un interesse.

La misura del rischio correlato al finanziamento è nella quantità di garanzie ma, soprattutto, negli interessi richiesti in cambio del prestito.

Nel calcolo del rischio influiscono una serie di parametri, non sempre facilmente intuibili, quali la solidità dell'impiego del contraente, la tipologia di immobile e la storia creditizia dei soggetti.

Il debito pubblico funziona, con le debite proporzioni, allo stesso modo: offre a garanzia il patrimonio pubblico e il futuro gettito fiscale ed in cambio riceve un prestito a fronte del quale è disponibile a pagare un interesse.

Quell'interesse è il rischio implicito nel debito, più è alto e più il debito è rischioso. 

Il rischio insolvenza

L'ipotesi che uno stato non onori i suoi debiti è considerata piuttosto remota: negli ultimi decenni i casi di insolvenza sono stati limitati ma non impossibili né infrequenti.

Casi come quello Argentino, in cui il debito sovrano è stato rifinanziato al 25% del valore originale, sono l'esempio più lampante che con i titoli di stato è possibile rimetterci.

Ipotizzando, però, di avere a che fare con uno stato mediamente serio è lecito aspettarsi che il debito sottoscritto venga onorato e che l'investitore riveda almeno il proprio capitale.

È anche lecito attendersi che la solidità di uno stato sia mediamente superiore a quella delle aziende che in quello stato operano così come dei cittadini che vi abitano e questo ha delle ricadute notevoli sul sistema.

Se lo stato è considerato a rischio, inaffidabile, è quindi naturale attendersi che anche le aziende e le famiglie che vivono e agiscono nello stato soffrano una condizione simile se non peggiore.

Di conseguenza gli interessi che le aziende e i cittadini saranno chiamati a rifondere in cambio di mutui e finanziamenti saranno tendenzialmente superiori a quelli che lo stato paga sul suo debito. A maggior ragione, se gli interessi sui titoli di stato saranno bassi proporzionalmente lo saranno anche quelli di base sui prestiti di famiglie e imprese.

Cosa determina il rischio paese?

Abbiamo visto come la fiducia influenzi la concessione di finanziamenti e il loro costo, la misura più semplice di questa fiducia è nel tasso d'interesse applicato.

All'interno del tasso d'interesse vengono riassunti i cosiddetti fondamentali di bilancio — in soldoni, la capacità di generare reddito — ma anche una serie di valutazioni definibili come sistemiche, ossia associate al contesto generale in cui il soggetto opera.

Se chiedessi dei soldi a prestito per comprare degli ombrelli da rivendere in un paese tropicale durante la stagione delle piogge avrei un rischio d'insolvenza minore che se tentassi di rivendere gli stessi ombrelli nel deserto del Sahara. 

Il rischio paese funziona più o meno allo stesso modo: da una parte pesa i fondamentali dell'economia e dall'altro stima le prospettive di crescita futura del paese. Non solo, ma all'interno delle valutazioni inserisce una stima più o meno oggettiva sulle aspettative e la stabilità politica del sistema. 

Se un paese è governato da un regime fortemente instabile e animato da politiche populiste, pagherà interessi sul debito pubblico tendenzialmente più elevati di quelli richiesti al probo paese di orologiai alpini.

La fiducia crea benessere, l'insicurezza no

Finora abbiamo considerato il nostro paese come un'isola nel mare: il suo era l'unico debito pubblico da finanziare e i prestiti a famiglie e imprese operanti nel suo territorio come l'unica alternativa.

La questione non è così semplice, nel mercato operano una pluralità di soggetti e le alternative dove investire i propri capitali si sprecano.

Esistono, insomma, altri pesci nello stagno ed è con essi che bisogna costantemente rapportarsi. Anche gli altri stati e le imprese estere necessiteranno di finanziare il loro debito pubblico e privato e per farlo saranno disponibili a pagare un interesse.

I mezzi di finanziamento sono, per definizione, limitati. Il grande malinteso su cui campano i sostenitori della moneta positiva o di strane e svariate forme di sovranismo monetario è tutto qui: la ricchezza, soprattutto se costituita da moneta — la definizione di cosa sia la moneta non è affatto scontata, la diamo per tale solo come base teorica — è limitata ed è essenziale che lo sia perché le venga riconosciuto un valore. Non basta, per intenderci, scrivere su un pezzo di carta 5€ perché quel pezzo di carta valga davvero 5€.

L'esempio per eccellenza è quello dello Zimbawe: chi oggi si vedesse accreditato un bonifico di qualche centinaio di miliardi di dollari zimbawesi avrebbe poco da stare allegro, valendo essi come la carta straccia.

Insomma, la fiducia è un bene prezioso e si conquista nel tempo attraverso la serietà e la costanza delle politiche di finanza pubblica e la sua misura più semplice è il tasso d'interesse.

Per valutare meglio il tasso d'interesse, inserendolo in un contesto sistemico, è utile valutare lo spread, ossia la differenza tra i tassi d'interesse pagati da due paesi nello stesso lasso di tempo.

Nessuno, è sempre bene tenerlo presente, è disponibile a rischiare inopinatamente i propri capitali ed è lecito aspettarsi che accetti di sottoscrivere un debito solo se il rischio gli sembrerà sostenibile.

La quantità di variabili in campo tende ad escludere che vi sia sempre e comunque un automatismo nei movimenti dello spread con quelli della politica strettamente nazionale, certo è che il perdurare di una condizione d'incertezza — come quella correlata alla formazione del governo Conte I, nella primavera 2018, e il respiro di sollievo dell'agosto 2019 alla fine dell'esperienza — può intimorire a tal punto i mercati da far schizzare alle stelle i rendimenti attesi dei titoli di stato.

Il mercato nazionale come i mercati esteri vivono di aspettative di guadagno, mangiano report e respirano fiducia. Nei mercati operano imprese, famiglie e altri soggetti che impiegano molto tempo per innamorarsi di un investimento ma solo pochi istanti per disinnamorarsene. È l'economia, bellezza.

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