Attenzione alla salute mentale dei nostri ragazzi. Le famiglie e la scuola hanno reale consapevolezza del disagio provato dai propri figli?

La latitanza e l’inadeguatezza di scuola e famiglia su certi temi crea un vuoto insidioso, facilmente “colonizzabile” da contenuti provenienti da social media e influencer

Attenzione alla salute mentale dei nostri ragazzi. Le famiglie e la scuola hanno reale consapevolezza del disagio provato dai propri figli?

Nel mondo sono quasi un miliardo le persone che soffrono di disturbi mentali, nel 14% dei casi si tratta di adolescenti. Si stima inoltre che, nei ragazzi di età compresa tra i 15 e i 19 anni, circa l’8% soffra di ansia e il 4% di depressione e nel 2020 circa 931 giovani in Europa sono morti per suicidio (fonti World Health Organization e State of Children in the European Union, 2024).

Le famiglie e la scuola hanno reale consapevolezza del disagio provato dai propri figli?

Partendo da questo interrogativo Lundbeck Italia, azienda farmaceutica danese attiva nel sostegno alle neuroscienze, e Your Business Partner, agenzia di consulenza, hanno avviato nei mesi passati una ricerca prendendo a campione circa 1.700 studenti di tre licei dislocati tra il Nord, il Centro e il Sud Italia. I risultati, resi noti nei giorni scorsi, evidenziano che a fronte del “disagio” manifestato dal 71% dei ragazzi intervistati, soltanto il 31% dei genitori ha dimostrato consapevolezza.

Il 54% degli studenti ha riferito che loro, o i loro compagni, hanno fatto uso di sostanze. Di contro, solo il 15% dei genitori ha dichiarato di esserne informato. Anche riguardo i disturbi alimentari, i dati non sono allineati: il 38% dei ragazzi racconta di averne o averne avuti e il 13% dei genitori afferma di esserne consapevole. I disturbi del sonno sono diffusi tra il 63% degli studenti, ma solo il 19% delle famiglie ne è al corrente. Il 38% dei ragazzi ha evidenziato esperienze di bullismo subite personalmente o dai compagni, note soltanto al 17% dei genitori.

Anche i docenti risultano fortemente staccati dal vissuto dei loro studenti. In questa “triangolazione” (famiglia-scuola-studenti) emerge, inoltre, una certa tendenza allo “scaricabarile”. Mentre il 27,6% degli studenti attribuisce responsabilità a famiglia e scuola in egual misura, per i genitori le cause di disagio sono in alta percentuale da attribuire all’ambiente scolastico (39%), dato che tra l’altro si rovescia quasi simmetricamente nelle dichiarazioni dei docenti che riconducono le cause prime delle difficoltà dei propri studenti alla sfera familiare (37%).

Insomma la ricerca porta a galla tre dimensioni percettive parallele e mostra una certa “invisibilità” del disagio giovanile, non a caso il report si intitola “Mi vedete?”.

Inevitabile domandarsi quali siano le cause di questo profondamente “scollamento” generazionale. La risposta è in buona parte nella crisi culturale che stiamo vivendo e che, oltre a scavare profondi solchi intergenerazionali, determina incoerenze educative e inadeguata attenzione all’educazione affettivo-sentimentale dei nostri figli.

La famiglia è travolta da ritmi aberranti e da una comunicazione frenetica e contraddittoria.  Mancano i modelli ed esiste una marcata confusione di ruoli, esasperata dalla collettiva tendenza al “giovanilismo”. Anche la scuola annaspa, arroccandosi sulla misurazione della performance e perdendo di vista l’importanza di nutrire l’anima. “Invece di essere un luogo dove i giovani imparano a essere cittadini responsabili ed emotivamente equilibrati, le scuole sembrano essersi ridotte a fabbriche per la produzione di risorse umane”, ha affermato lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Giuseppe Lavenia in un articolo comparso su Repubblica qualche mese fa.

La latitanza e l’inadeguatezza di scuola e famiglia su certi temi crea un vuoto insidioso, facilmente “colonizzabile” da contenuti provenienti da social media e influencer. Una pletora di “guru” digitali, anche inconsapevolmente a volte, va diffondendo narrazioni distorte e stereotipi. Il risultato è lo smarrimento di punti di riferimento e la “normalizzazione” di comportamenti in realtà disfunzionali e schizofrenici.

Come colmare questo blackout formativo? Di certo non ignorandolo o, peggio, ponendosi come Soloni giudicanti nei confronti delle giovani generazioni.

Nei percorsi educativi maggiore spazio dovrebbe essere lasciato alla cura dell’intelligenza emotiva e delle relazioni affettive. Anche una didattica più calata sulle competenze e meno sul nozionismo gioverebbe. I genitori, poi, avrebbero bisogno di essere supportati e sostenuti nel loro impegno quotidiano. Non ultimi, i media potrebbero contribuire in maniera costruttiva alla crescita dei giovani esercitando un maggiore senso di responsabilità etica nella diffusione dei contenuti e dei messaggi tra i giovani.

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Fonte: Sir