"Eppure sentire" di Cristina Bellemo, secondo premio al Bancarellino

Si è aggiudicata il secondo posto l'autrice bassanese Cristina Bellemo al premio Bancarellino di quest'anno. Eppure sentire narra la storia di Silvia e l'importanza salvifica dell'ascolto.

"Eppure sentire" di Cristina Bellemo, secondo premio al Bancarellino

Sono giunti da tutta Italia i giovanissimi lettori che, da sessantuno edizioni a questa parte, decretano a fine maggio, in piazza a Pontremoli, i vincitori del premio Bancarellino, la sezione dei libri per ragazzi del prestigioso Bancarella.
E ad aggiudicarsi il secondo posto, dopo Pusher di Antonio Ferrara che racconta di Tonino, appena tredici anni e spacciatore in un sobborgo di Napoli con un destino già segnato dalla camorra, è stato Eppure sentire edito da San Paolo e della scrittrice bassanese Cristina Bellemo, per anni collaboratrice della Difesa del popolo.

La storia è quella della quindicenne Silvia che, a causa di un incidente, perde anche quel residuo di udito che aveva. La decisione che l’attende, l’operazione chirurgica, la mette di fronte a un bivio: continuare a “sentire” come solo lei, sorda, sa oppure aprirsi a un nuovo, altro modo di percepire i suoni, la vita.
Cristina Bellemo ha ancora nelle orecchie e negli occhi il ritmo della piazza di Pontremoli brulicante di ragazzi e di libri.

«Per me era stata già una conquista rientrare nella cinquina vincitrice della selezione Bancarellino. Arrivare seconda è stata un’ulteriore sorpresa, ma il premio più grande per me era già essere lì, a quell’incredibile festa dove protagonisti sono loro e soltanto loro: i libri e i ragazzi che li hanno scelti».
La tifoseria con i ragazzi che sollevavano i volumi prescelti è stata un’emozione indimenticabile.
«È stato un coronamento per me che cerco sempre il contatto con i lettori. Avere lì poi gli studenti di 25 scuole medie da ogni parte d’Italia che dalla cinquina (scelta da circa 140 scuole) hanno decretato il vincitore è stato un dono grande. Quella Cenerentola della scuola media, come spesso viene trattata, ha dimostrato un enorme consapevolezza e una sapienza critica nel valutare le storie».
Quindi i ragazzi si salvano davanti alla lettura. Non sono soltanto telefonini e bullismo come li dipinge il più classico degli attuali cliché.
«Io ho trovato oltre mille giovanissimi rispettosi della piazza, che si facevano firmare le braccia dagli autori e con una reverenza rara verso i libri che hanno amato, pieni di stupore verso chi scrive storie per loro».
Chi è Silvia?
«Una ragazza di Breganze che mio fratello allenava a pallavolo. Sono partita dalla sua storia, vera, per parlare con il romanzo di un tema che mi sta a cuore da tempo ormai: la capacità di ascoltare che stiamo inesorabilmente perdendo se non facciamo qualcosa. Quanto l’ascolto dell’altro può essere salvifico? Oggi è un’arte non più praticata… Nutriamo un horror vacui di fronte al silenzio, un senso di colpa profondo se non corriamo costantemente, se non siamo perennemente connessi».
Quale messaggio si eleva dal suo romanzo?
«Ognuno ha una storia che deve essere ascoltata per dare dignità a se stesso. Ognuno ha un suo modo di sentire e va cercata la giusta sintonia, la stessa lunghezza d’onda con l’altro. Il protagonista del mio libro potrebbe essere chiunque a cui chiediamo di adeguarsi al “nostro” modo di essere e di sentire: un bambino, un figlio, un anziano, un disabile, un migrante… perché tendiamo a uniformare tutti. È più facile così al posto di ascoltare cos’hanno da dire per dirci chi sono».
Silvia, che si sta preparando per la maturità classica, c’era a Pontremoli. Ha atteso silenziosa, finché – a votazioni concluse – non l’hanno chiamata sul palco. È salita, si è sintonizzata con i ragazzi che aveva davanti a sé e non ha avuto paura di raccontare cosa sentono le sue orecchie.

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