Madri straniere, la battaglia di Mary (e le altre) per quei figli tolti e mai più visti

Una donna nigeriana si è appellata alla Corte europea dei diritti dell’uomo, dopo che le sono state tolte le bambine, la Cedu le ha dato ragione condannando l’Italia. Ma il suo non è un caso isolato. La denuncia: “In crescita i casi di allontanamento dalle famiglie in assenza di maltrattamenti. Si colpiscono le fasce più deboli, soprattutto le donne straniere sole”

Madri straniere, la battaglia di Mary (e le altre) per quei figli tolti e mai più visti

L’ultima volta che Mary (nome di fantasia) ha visto le sue due bambine era nel gennaio del 2017: la più piccola aveva 3 anni, la più grande 5. Una sentenza del tribunale per i minorenni le aveva giudicate “adottabili”. E ora sono in due famiglie italiane: separate da lei, separate tra loro. In questi quattro anni Mary ha portato avanti una battaglia legale contro la giustizia italiana, perché le sia data la possibilità almeno di rivederle e riabbracciarle. Con il supporto degli avvocati di Asgi (Associazione studi giuridici sull'immigrazione), Salvatore Fachile e Cristina Laura Cecchini, si è rivolta anche alla Corte europea dei diritti dell’Uomo che le ha dato ragione e ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo 8 della Cedu. Un piccolo e importante passo avanti in una vicenda ancora lunga. E che non riguarda solo lei.

La storia che ha portato alla condanna per l’Italia 

Arrivata in Italia dalla Nigeria, vittima di tratta, Mary ha iniziato il suo difficile percorso di fuoriuscita dallo sfruttamento, quando aveva ancora solo la prima bambina. Con la nascita della seconda figlia viene accolta di nuovo in un centro a Roma, in via Staderini. La bambina piccola, però, ha problemi di salute e viene ricoverata in ospedale. Qui, secondo i sanitari, la donna avrebbe rifiutato il percorso terapeutico per la minore. In realtà Mary racconta di essere stata presa dal panico e, in assenza di un mediatore culturale in grado di spiegarle la situazione, ha dato in escandescenza. Tanto basta, però, perché il procuratore presso il tribunale per i minorenni chieda e ottenga la sospensione della potestà genitoriale. Il sindaco di Roma viene nominato come tutore pro tempore della minore. Mamma e figlie vengono trasferite in un altro centro di accoglienza, e qui il loro rapporto inizia a essere messo sotto osservazione. Vengono annotate le volte in cui la donna lascia sole le bimbe o le affida a qualcuno per assentarsi. Viene messo nero su bianco che “si occupa bene dei bambini ma ha grandi difficoltà a stabilire una relazione interpersonale con gli operatori della struttura di accoglienza”. E anche che col tempo inizia a essere insofferente alla permanenza nel centro, ma che non è in grado “di finalizzare e gestire un progetto da sola” mentre “si limita a dare da mangiare e a giocare con i bambini senza rispettare l’orario della scuola”. Il procuratore chiede allora al tribunale di verificare se le bambine siano in stato di abbandono, condizione indispensabile per dichiararle adottabili. Dopo un anno e diverse perizie, verrà riscontrato un “deficit nella genitorialità”, in particolare “nelle aree della funzione regolatrice, normativa, significativa e rappresentativa”. A gennaio 2017, quindi, le bambine vengono separate dalla mamma e viene vietato qualsiasi contatto. Nella decisione del giudice si sottolinea, inoltre, che non è possibile dare alla donna ulteriore assistenza e che le minori non possono continuare a essere collocate in una struttura perché la madre recuperi le capacità genitoriali. “Le bambine sono state giudicate in stato di abbandono ed è partito l’iter per l’adozione a rischio giudiziario, un’adozione cioè portata avanti in attesa della definizione in giudizio, che potrebbe anche capovolgere la decisione,- spiega l’avvocato Fachile -. Ai genitori adottivi sembrerebbe che non venga detto chiaramente che c’è questa possibilità, ma solo che l’adozione non è ancora definitiva. Si gioca d’azzardo, insomma. La cosa strana di questo caso è che le bambine sono state separate, probabilmente per accelerare sui tempi o soddisfare più famiglie in attesa”. Ora, dopo anni, il caso di Mary è in appello, intanto un’indicazione è venuta dalla Cedu: “la sentenza della Corte di Strasburgo afferma un principio e demolisce questa prassi illegittima dell’ adozione a rischio giudiziario - aggiunge Fachile -. Ci dice, inoltre, che la madre deve continuare a vedere i figli durante tutta la durata della procedura, salvo situazioni eccezionali, come quelle di violenze agite o assistite, ma non è questo il caso. Da parte della donna - aggiunge - non ci sono mai stati abusi sulle figlie, anzi viene detto dall’inizio che ha un rapporto emotivamente forte con loro. Qual è dunque il rischio di continuare a vedere le bambine?”. Quello che viene contestato a Mary è, infatti, di non essere una “buona madre” sul piano economico e sociale, di non saper portare avanti un progetto di vita autonomo: “Le contestano di non essere in grado di prendersi cura sul lungo termine delle figlie. Praticamente la riconoscono come madre per l’accudimento primario, a breve termine, ma non per l’accudimento secondario - aggiunge l’avvocata Cristina Laura Cecchini -. Tra loro c’è un legame sentimentale, che viene reciso senza che la madre rappresenti un fattore di rischio e di trauma. La mamma si è messa a disposizione da subito per il bene delle figlie, ma ancora oggi fatica a capire cosa sia successo, si sente criminalizzata”. 

Non un caso isolato

Quella di Mary e le sue bimbe non è l’unica storia di minori allontanati dai genitori in assenza di maltrattamenti. Secondo Fachile e Cecchini è, invece, lo specchio di un fenomeno in crescita in Italia e che riguarda le fasce più deboli della popolazione. E, in particolare, le comunità Rom e le madri straniere sole. Nella maggior parte dei casi, spiegano, il meccanismo si innesca non sulla base di abusi e violenze ma per una situazione di temporanea difficoltà economica, che porta a richiedere l’aiuto dei servizi sociali. Spesso a incidere sono anche una serie di malintesi culturali o divergenze di opinione sull’educazione dei bambini. Ma l’iter è sempre più o meno lo stesso: i servizi sociali mettono in discussione la capacità genitoriale della famiglia, chiedendo l’apertura di un procedimento de podestate, più veloce e semplice per i poteri attribuiti al giudice. Se si rilevano situazioni a rischio il minore viene allontanato e vengono ridotte le visite. “In un numero crescente di casi il giudizio de podestate si chiude con l’apertura di un procedimento di adottabilità teso a verificare la sussistenza di uno stato di abbandono morale e materiale del minore, che se verificato, sfocia nella definitiva cesura del legame tra minore e famiglia di origine” spiegano gli avvocati. Ma la dichiarazione di adottabilità dovrebbe essere l’extrema ratio. Non solo, la Cassazione ha di recente aperto la possibilità alla cosiddetta “adozione mite” in casi particolari: un’adozione a tutti gli effetti in cui però non vengono tagliati i legami coi genitori biologici. 

“In Italia il ricorso all’adozione con rischio giudiziario, che ora la Cedu mette in discussione, è molto frequente. Si fa per evitare i tempi lunghi della giustizia che porterebbero ad adottare il bambino quando è già grande. E sempre più spesso si recide il rapporto col genitore per favorire la famiglia adottiva- spiega Fachile -. Non si prende in considerazione la possibilità di una genitorialità condivisa. Purtroppo abbiamo assistito a molti casi come questo, soprattutto quando si tratta di mamme straniere sole, che non hanno intorno una comunità, anche in grado di contestare la decisione italiana”.

“Il legame affettivo non va spezzato”

Barbara Mattioli, psicoterapeuta, ha seguito alcuni casi di adozione, assistendo sia i genitori biologici che le famiglie adottive, dopo gli invii da parte del tribunale, presso il Polo Clinico della Scuola Etno Sistemico Narrativa di Roma. “Alcune situazioni destano preoccupazione - spiega -. C’è una grande paura da parte delle donne ad affidarsi ai servizi sociali per il timore che tolgano loro i figli. Questo le porta spesso a non chiedere aiuto”. La convinzione di molte donne, sulla base di storie pregresse, è di essere messe continuamente sotto giudizio: “in alcune situazioni i misunderstanding culturali sono all’ordine del giorno, da come si nutre un bambino alle forme di accudimento. Ogni azione diventa elemento di giudizio - spiega - E questo crea attrito. Non solo, ma spesso, quando sono in un centro o in una casa famiglia, queste donne devono adattarsi a decisioni su cui non c’è nessuna negoziazione. Sono inserite in un contesto artificiale dove spesso ci sono regole, anche basiche, che non comprendono o non condividono. Ma questo mancato adattamento diventa un giudizio sulla genitorialità. Sono linguaggi che non comunicano tra loro”. Da una parte le madri non si sentono libere di educare i figli come vogliono, dall’altra gli educatori spesso non si pongono il problema del perché non vengano rispettate alcune regole. “A noi è capitato anche un caso in cui è stata sospesa la genitorialità a una donna richiedente asilo- aggiunge -. La donna era ricoverata in ospedale, ha firmato dei fogli senza capire bene, la figlia è finita in casa famiglia. E da lì è scattata la verifica sulla genitorialità, volta ad indagare se in quanto profuga poteva sostenere la bambina. Non si dice mai esplicitamente ma la capacità economica pesa, perché si ritiene che queste persone non siano in grado di garantire un futuro ai figli”. In alcuni casi il Polo clinico di Roma ha assistito anche le famiglie adottive, dopo le sentenze di revoca dell’adozione: “ci sono state situazioni di adozione con rischio giuridico andate male, che hanno creato conseguenze drammatiche anche per queste famiglie. Non erano pronte a questa ipotesi, alcune hanno reagito, altre hanno risposto in maniera molto dolorosa - aggiunge -. In una situazione - spiega - abbiamo ipotizzato un’adozione mite, con collocamento presso la famiglia affidataria ma senza recidere i legami con i genitori biologici. Quello che abbiamo notato è che il bambino aveva fatto spazio dentro di sé all'idea di avere due madri, ed era tranquillo. Ovviamente nel caso in cui la procedura si concretizzasse, sarà necessario un accompagnamento per le famiglie, perché non vadano in conflitto, ma nel supremo interesse del minore si riesce ad abbattere molte barriere”.

Il fenomeno delle adozioni anomale da madri straniere è stato sollevato di recente anche dal quotidiano Domani, che ha ricostruito alcuni casi di donne nigeriane a cui sono stati tolti i figli minori. Durante un convegno sul tema delle adozioni e dell’affido,  sollecitata sul caso dai giornalisti, la Garante dell’Infanzia Carla Garlatti ha detto: “Le mamme nigeriane hanno una concezione dell'accudimento molto diversa dalla nostra, spesso danno da mangiare al bambino quando è in mente a loro, non lo cambiano, vanno via e lo lasciano solo: è difficile per noi non vedere una carenza di accudimento. Qui bisogna quindi fare uno sforzo, non dico per far cambiare mentalità e cultura, ma per aiutarle a vedere i pericoli”. La Garante ha però ricordato che “laddove c’è un legame affettivo non andrebbe mai spezzato”. “Di questo si è resa conto di recente anche la Suprema Corte che ha rivitalizzato la cosiddetta adozione mite, che consente di tenere il legame affettivo con la mamma che però non è accudente - ha detto - Ecco, lo ribadisco: laddove possibile, il legame affettivo non va spezzato”. 

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)