Marlene, Kleber e gli altri. Ecco come i migranti volontari ci aiutano a casa nostra

I protagonisti di “Volontari inattesi. L’impegno sociale delle persone di origine immigrata”, volume che raccoglie la prima ricerca nazionale sul volontariato tra gli stranieri. Ambrosini: “Gli immigrati sono ‘carne e sangue’ di questo Paese, anche nell’attuale periodo di emergenza sanitaria, sono presenti oltre che nei lavori essenziali, in tantissime azioni solidali, organizzate e non"

Marlene, Kleber e gli altri. Ecco come i migranti volontari ci aiutano a casa nostra

“Non mi occupavo di anziani ma delle persone in stato di bisogno, il volontariato in qualche modo è parte di me”. Prima che l’epidemia di Covid 19 arrivasse in Italia Kleber, 63 anni, ecuadoriano, era impegnato in una delle Rsa per anziani nel quartiere Covetto di Milano con un progetto di Sant’Egidio. Un impegno che ha dovuto interrompere a causa della pandemia ma che ora gli manca: “per ora non possiamo tornare a far loro visita – spiega - ma ci teniamo in contatto con lettere e telefonate”. Per Kleber prendersi cura degli anziani ha rappresento un modo per  tenere vivo il legame con la famiglia e la propria terra “nel loro volto vedo quello di mio padre e di mia madre che ho perso 5 anni fa. E ogni volta che aiuto un anziano qui, penso che qualcuno dall’altra parte del mondo, nel mio paese, si sta prendendo cura di uno dei miei anziani. È uno scambio, poi magari non è vero, ma nella mia testa la vedo così”.

Anche Marlene, 64 anni, peruviana e in Italia da 10, ha iniziato a lavorare nella stessa residenza per anziani, portando ai ricoverati un po’ di compagnia e qualche piccolo aiuto. E anche per lei il volontariato è legato alla parola “famiglia”, e all’idea di “emancipazione”. Quando è arrivata a Milano, con i due figli, era in difficoltà perché il marito che già viveva in Italia, all’epoca non lavorava. Senza conoscere la lingua e in cerca di un'occupazione si è avvicinata alla parrocchia ed è qui che ha scoperto il corso di italiano gratuito per stranieri della comunità di Sant’ Egidio. Dalla scuola di italiano all’impegno nell’istituto per gli anziani il passo è stato breve. Come Kleber anche lei si era data da fare nel suo villaggio in Perù per aiutare gli altri: “abitavo in alta montagna, in una comunità di contadini e lì ho contribuito ad avviare una fondazione per supportarli nelle loro attività - racconta - ci aiutavamo sempre, per qualsiasi cosa”. “Le persone che ho incontrato in Sant’Egidio sono diventate amiche, mi chiedevano come stavo e mi hanno aiutata. L’idea di fare volontariato con gli anziani, far loro compagnia, anche nelle gite fuori porta, era un’idea che mi piaceva. Ho trovato una famiglia, perché io penso che “famiglia” significa aiutarsi l’un l’altro. Così piano piano sono riuscita a sistemarmi, ho trovato un lavoro e sono migliorata nell’italiano. Quando vengo a fare volontariato mi sento libera”.

Marlene e Kebler sono tra i protagonisti di “Volontari inattesi. L’impegno sociale delle persone di origine immigrata” (Edizioni Erickson, pagg. 352), volume che raccoglie la prima ricerca nazionale sul volontariato tra gli stranieri. Promossa da CSVnet, l’indagine è stata realizzata dal Centro studi Medì di Genova e curata da Maurizio Ambrosini, docente dell’università di Milano e da Deborah Erminio dell’università di Genova.  L’intera rete dei Centri di servizio per il volontariato, per buona parte del 2019, ha partecipato direttamente alla raccolta dei dati attraverso centinaia di questionari e interviste in profondità. Già i primi dati quantitativi, presentati lo scorso ottobre, permettevano di tracciare la figura di immigrato volontario per lo più giovane e con un alto grado di istruzione e di integrazione. Ma soprattutto ribaltavano l’immagine dei migranti come solo destinatari di accoglienza e aiuto, rivelando al contrario l’esistenza di persone impegnate nelle forme più disparate di solidarietà a favore degli italiani. Un “piccolo gesto rivoluzionario”, lo definiscono il presidente di CSVnet Stefano Tabò e il consigliere delegato Pier Luigi Stefani. Nel libro convergono i racconti di 110 immigrati volontari di più o meno lungo corso, che confidano i timori, le soddisfazioni e le lezioni imparate nella loro esperienza. Cinque grandi reti nazionali del non profit (Avis, Aido, Fai, Misericordie, Touring Club) hanno gestito il contributo di questi “nuovi” volontari nelle loro attività. Infine, nel volume vengono descritte dieci buone pratiche tra i volontari di origine straniera e altrettante realtà associative locali sparse in tutta Italia.

La ricerca ha dimostrato che gli immigrati sono ‘carne e sangue’ di questo Paese anche nel volontariato, - sottolinea Maurizio Ambrosini, - e del resto ciò si evidenzia anche nell’attuale periodo di emergenza sanitaria, in cui gli stranieri sono presenti, oltre che nei lavori essenziali, in tantissime azioni solidali, organizzate e non. Il volontariato, inoltre, si conferma come soggetto più accessibile e ricettivo della politica nel dare la possibilità a queste persone di esercitare una cittadinanza sostanziale”. L’altro grande filone della ricerca è più “interno” e riguarda la sfida che gli immigrati volontari pongono al mondo non profit. “In che modo, - si era chiesto CSVnet, - questa nuova presenza sta influenzando l’identità delle associazioni ospitanti, il loro modo di organizzarsi e di relazionarsi? Quali opportunità si svelano? Quali criticità si incontrano?”. La risposta è nella grande quantità di argomenti che viene ora consegnata “a tutte le realtà del terzo settore affinché ne traggano motivi di riflessione e piste di lavoro per l’immediato futuro”. “Il volontariato è chiamato a vivere anche internamente quei valori di accoglienza e rispetto della persona che professa, - è la conclusione di Ambrosini. – Dovrebbe ad esempio chiedersi sempre di più come valorizzare culture ‘altre’ e in generale come fare cultura nel paese attraverso queste nuove figure. Ad esempio, alcuni giovani di origine straniera rivendicano il loro portare il velo o il colore della loro pelle come un messaggio costitutivo della loro pratica di volontariato: ed è solo uno dei risvolti interessanti su cui le associazioni potrebbero interrogarsi”. 

Tra le altre storie raccontate nel volume c’è quella di Moussa Sanou, 41 anni, originario del Burkina Faso e in Italia da 9 anni, che dopo aver girato quasi tutto il mondo come musicista, attore e compositore e aver lavorato con diversi gruppi musicali e teatrali si è fermato nel nostro paese, dove si è sposato con Loredana. Con lei ha scelto di condividere oltre che la sua vita anche la sua esperienza nel campo della musica e il suo impegno nel volontariato. L’associazione da lui fondata si chiama Mano nella Mano e “offre a chiunque la possibilità di avvicinarsi alla musica e all’arte in modo naturale e fisiologico, - racconta Moussa, - rendendo consapevoli le persone di quanto entrarvi in contatto, sia importante per lo sviluppo intellettivo ed emotivo”.  Non manca poi chi ha deciso di dedicarsi alla cura degli animali come  Adriano Gasperini Gomez, 46 anni, arrivato in Italia nel 1987. Oggi lavora a tempo pieno come tecnico amministrativo presso il Cnr dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata. Nel suo terreno ai Castelli Romani, alle porte della capitale, ospita ben 22 animali abbandonati, a cui riserva quotidianamente cibo, cure e affetto.“In Brasile spesso aiutavo mia nonna a distribuire il cibo agli orfani e ai malati; invece l’amore per gli animali, per i cani in particolare, è nato sei anni fa, - racconta, - quando ho incontrato la mia prima cagnetta, Perla, abbandonata vicino al mio posto di lavoro. Prima ho cercato di capire se fosse di qualcuno, diffondendo una sua foto. Fin da subito lei mi ha seguito, così l’ho portata dal veterinario e ho scoperto che non aveva il microchip. Da lì in poi è rimasta sempre con me”. 

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)