2 luglio 1916: fermati gli austriaci. Ma nelle città...

Mentre si annuncia il fallimento o almeno l’arresto della “spedizione punitiva” austriaca, il titolo di apertura è dedicato alla situazione del “fronte interno” in cui le classi abbienti non sembrano disposte ad alcun sacrificio davanti a centinaia di migliaia di soldati mandati a patire e a morire.
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2 luglio 1916: fermati gli austriaci. Ma nelle città...

Con la ritirata strategica del 24 e 25 giugno 1916 con cui gli austriaci si attestarono sulla poderosa linea difensiva Winterstellung, che correva dalla Valdassa all’Ortigara passando per i monti Zebio, Colombara, Forno, Chiesa e Campigoletti, finiva la Frühjahrsoffensive, o “Offensiva di primavera”, popolarmente detta “Strafexpedition”, e cominciava la “Controffensiva italiana”, che proseguì inutilmente e caparbiamente fino a tutto luglio.
L’obiettivo era quello di riconquistare i territori perduti malamente nella ritirata precedente, ridisegnando una linea del fronte abbastanza salda da poter essere presidiata in tranquillità, per tornare subito a concentrare gli sforzi su quello che era l’unico vero obiettivo di Cadorna, lo sfondamento del fronte dell’Isonzo.
In realtà però l’attacco della quinta armata, radunata in tutta fretta nella pianura vicentina per impedire la rottura del fronte o almeno contenere il dilagare in pianura delle forze austriache, non fu una battaglia organicamente attuata, ma una serie di attacchi condotti su iniziativa dei comandi settoriali.
La mancanza di preparazione e soprattutto la carenza di adeguato supporto d’artiglieria media e pesante, dissanguò i reparti in attacchi sterili contro posizioni austriache dominanti, anche se in parte ancora improvvisate.

Gli unici effetti di questi assalti furono la riconquista di pochi metri sullo Zebio, sul Cimone d’Arsiero e sul Corno di Vallarsa. La nuova linea austriaca, che gli italiani non riuscirono quasi a scalfire, rimase praticamente immutata fino al termine del conflitto, mantenendo appesa sull’Italia una minaccia potenziale gravissima.

Gli italiani furono costretti a impegnarsi in un costoso rafforzamento del fronte trentino; numerose centurie di lavoratori civili furono messi al lavoro sul Pasubio, per trasformarlo in una vera e propria fortezza a difesa di Vicenza; altri lavori di fortificazione riguardarono i monti Novegno e Priaforà.
Anche il settore dell’altopiano di Asiago dovette essere presidiato da tre corpi d’armata italiani, dove prima bastava una sola divisione.

Di tutto questo sulla Difesa, come sugli altri giornale dell’epoca, nulla ovviamente traspare.
Il numero del 2 luglio, il primo che può dare l’annuncio della fine dell’avanzata austriaca, già titola “La cacciata degli austriaci dai Sette Comuni” sopra i bollettini di guerra che proclamano la riconquista di quegli spazi che in realtà erano stati abbandonati volontariamente dagli austriaci. Il titolo di apertura non è però dedicato all’andamento della guerra in prima linea, ma alla situazione del “fronte interno” in cui le classi abbienti non sembrano disposte ad alcuni sacrificio davanti a centinaia di migliaia di soldati mandati a patire e a morire.

Abbiamo scritto

Mentre i baldi nostri figli combattono e muoiono per l’amata patria, per noi, per l’Italia, è necessario ricordare i doveri gravissimi che incombono a quelli che sono in patria, di mantenersi all’altezza della nobiltà dell’ideale per cui oggi si combatte e si muore.
Lo spreco del denaro è (...) riprovevolissimo in tempo di guerra, imperocché lo scialacquo in divertimenti e gozzoviglie quando centinaia di migliaia di soldati sono giorno e notte esposti al disagio, a pericoli, a micidiali combattimenti, è ostentazione d’indifferenza pei caduti in campo e pei sofferenti negli ospedali; ostentazione altresì d’indifferenza per le loro famiglie; d’indifferenza per l’avvenire della patria. (...)
Nessuno pensa all’avvenire. L’annata agricola non si presenta bene, anche perché scarseggia la mano d’opera. Che cosa avverrà se difetteranno, come e più dello scorso anno, i prodotti dell’agricoltura? Ci vorrebbe grande severità nei costumi, nei vestiti, negli spettacoli, in tutta la vita: altrimenti bisogna dire che i cittadini non sentono la gravità del momento. (...)
Questa guerra non porterà solo un riassetto delle nazionalità, ma vaste trasformazioni sociali...

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