Con il coronavirus la Cina è un po' meno vicina

Non bastano le donazioni e le compravendite di materiale sanitario per riavvicinare la Cina al resto del mondo: con il dilagare della pandemia, l'economia ha subito una battuta d'arresto e i contrasti in politica estera e interna sono peggiorati.

Basteranno le rassicurazioni di Pechino per riprendere la marcia?

Con il coronavirus la Cina è un po' meno vicina

Non è la fine del capitalismo e neppure della globalizzazione ma, di sicuro, siamo ad un giro di boa che prelude a nuovi equilibri e porterà il mondo a riconsiderare percorsi che si immaginavano a senso unico.

Questo, in estrema sintesi, è il quadro della situazione attuale: dopo i mesi del lockdown la posizione della Cina appare a molti come controversa, offuscata dalle ombre dei numeri falsati sui contagi e quelli di una crescita economica legata alle esportazioni su cui non mancano i dubbi.

Il perimetro della crisi

Secondo le fonti riportate da Asia News , l'export cinese nel mese di marzo sarebbe diminuito del -6,6% rispetto allo stesso periodo del 2019 con una contrazione nel primo bimestre del 17,2%. Continuano a pesare il calo degli ordinativi dall'estero e anche le importazioni languono.

«Pechino — scrive Asia News — ha visto anche una riduzione nelle importazioni (-0,9%). I consumi nel Paese non decollano, e le aziende non producono al massimo del loro potenziale. Secondo diversi osservatori, nel primo trimestre del 2020 si sono persi fino a 250 milioni di posti di lavoro in Cina a febbraio il tasso di disoccupazione ha toccato il 6,2%».

In un altro articolo si segnala anche come l'indice dei prezzi al consumo e quindi ml inflazione abbiano subito un rallentamento superiore alle attese. L'indice dei prezzi alla produzione è calato del -1,5% che, uniti ad un calo della domanda mondiale di trasporto su container nell'ordine del 30% non lascia ben sperare.

«Senza fornire dati precisi — continua Asia News — il ministero del Commercio cinese ha dichiarato ieri che gli scambi commerciali del Paese stanno lentamente migliorando. Lo scorso mese, la Cina ha esportato materiale medico per oltre 10 miliardi di yuan (1,3 miliardi di euro). Ma Bloomberg calcola un calo del 13,9% nell’export cinese a marzo: a febbraio era stato del 17.2%. Per l’Organizzazione mondiale del commercio, il commercio mondiale avrà nel 2020 un crollo tra il 13 e il 32% a causa della pandemia».

Dello stesso avviso è anche il Sole 24 Ore : «i mercati di sbocco della Cina — scrive il principale quotidiano economico italiano — sono praticamente fermi per il lockdown che è iniziato con circa due mesi di ritardo rispetto a quello cinese. Il peggio deve ancora venire sul fronte delle vendite: tra gli analisti si stima un crollo delle esportazioni nel secondo trimestre pari al 20 per cento. Venerdì arriverà il dato sul prodotto interno lordo con la prima forte contrazione da quarant’anni a questa parte».

Possiamo fidarci dei numeri cinesi?

Se in merito ai contagi e alla diffusione del virus sono in molti ad aver sollevato dei dubbi sulla gestione cinese, di fronte al dilagare della crisi economica la risposta del governo di Pechino non ha tardato a farsi sentire.

«La Cina è pronta a fare da guardiana all'ordine mondiale e da riparatrice dell'economia globale».

Li Junhua, ambasciatore cinese in Italia, la Repubblica

Sul piano economico la posizione cinese si fa più complicata ogni giorno che passa ma il governo non sembra volersi dare per vinto. «Oggi — continua l’ambasciatore Li Junhua intervistato da Filippo Santelli — le catene di produzione di tutti i Paesi sono integrate, pensare a una divisione dei mercati vuol dire ignorare i reciproci vantaggi competitivi e le leggi dell'economia. Cose come fermare la globalizzazione e separare le economie fanno pensare a una forma di fondamentalismo applicato all'economia. Tutti stanno discutendo su come si possa migliorare la globalizzazione, la Cina è disponibile a impegnarsi in questa sfida insieme agli altri Paesi, ed è pronta a fare da guardiana dell'ordine mondiale, da riparatrice dell'economia globale e da contributrice allo sviluppo e alla prosperità del mondo intero».

Dietro ai toni rassicuranti quanto risoluti dell’ambasciatore cinese si celano neppure troppo velatamente le preoccupazioni di un popolo che ha tratto enormi benefici dalla globalizzazione e che ora vive con non certo disagio l'essere messo alla berlina da una parte della comunità internazionale.

Una globalizzazione a doppio senso 

Anche il Giappone è alle prese con la morsa della pandemia e della recessione ma vincerla ha messo in campo anche una strategia economica piuttosto originale.

Nel grande pacchetto di aiuti promosso dal governo nipponico, infatti, figurano anche 220 mila miliardi di yen — circa 1,8 miliardi di euro — di sovvenzioni per quelle aziende che volessero riportare in patria dalla Cina le loro attività.

Si tratta di una misura volta dichiaratamente a ridurre la dipendenza industriale dall’ingombrante vicino, al punto da finanziare per ulteriori 23,5 miliardi di yen il trasferimento in paesi terzi.

«Un sondaggio della Tokyo Shoko Research —riporta il Sole 24 Ore in un articolo firmato da Stefano Carrer — ha evidenziato a febbraio che più di un terzo di 2.600 imprese nipponiche sta pensando a diversificare la base dei fornitori, riducendo la quota che fa capo a aziende con base in Cina. Ora gli incentivi governativi potrebbero accelerare una tendenza in atto, che non può certo far piacere alle autorità cinesi. Questo mese di aprile avrebbe dovuto segnale un forte miglioramento delle relazioni bilaterali, attraverso la visita di Stato a Tokyo del presidente cinese Xi Jinping. Tutto è saltato a causa del coronavirus. Un’occasione perduta».

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla pandemia, non sembrano attenuarsi le tensioni sui territori contesi del Mar Cinese Meridionale: a seguito del controverso affondamento di un peschereccio vietnamita, coinvolto in uno scontro con un’unità della guardia costiera cinese, il governo filippino si è apertamente schierato contro quello cinese.

«Si pensava — scrive Lorenzo Lamperti in un articolo pubblicato su Affari Italiani — che la pandemia da coronavirus potesse segnare un arretramento non solo economico ma anche diplomatico della Cina. In realtà, le misure senza precendenti del governo hanno consentito a Pechino di ridurre la portata della crisi sanitaria e di uscirne (per ora) per prima. Vero che l'episodio insegna e insegnerà ai diversi paesi dell'area (e non solo) a cercare di diversificare gli investimenti per non dipendere troppo da Pechino, ma è anche vero che quegli investimenti (con gli altri partner in crisi) potrebbero diventare ancora più importanti».

Anche i rapporti con il Vecchio Continente non sono sempre facili, come ricordava sempre Asia News in un articolo dettagliato. Il cosiddetto 17+1 — il forum informale che riunisce i paesi europei ad avere stretti legami con la Cina — registrebbe infatti non poche critiche alla gestione cinese dei rapporti bilaterali.

«L’insoddisfazione dei leader europei del 17+1 — scrive Emanuele Scimia nel suo articolo  —stride con l’esaltazione fatta dall’Italia dei suoi rapporti con la Cina, e della proposta di Xi per dare vita a una Via della seta sanitaria. Facendo storcere il naso agli alleati certi (gli Stati Uniti), il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha magnificato più volte l’accordo di cooperazione sulla Bri firmato lo scorso anno con Pechino, che avrebbe favorito l’invio di materiale sanitario cinese per la lotta all’infezione polmonare. Il condizionale è d’obbligo, visto che i cinesi non si sono fatti scrupoli a donare e vendere strumentazione medica anche a quei Paesi Ue (la maggioranza) che non hanno aderito in modo formale alla Bri».

L’Italia, insomma, si troverebbe nell’occhio del ciclone della propaganda dove alla bonaccia seguiranno i venti delle notizie provenienti dall’una e dall’altra parte. Un interessante articolo pubblicato da Formiche.net a firma di Gabriele Carrer ha cercato, nei giorni scorsi, di quantificare il peso della propaganda nei nostri mezzi di comunicazione.

«Si tratta in totale — scrive Gabriele Carrer — di dieci servizi per gli Stati Uniti, undici per la Russia e 42 per la Cina. Per quanto riguarda le emittenti Rai, nei loro due giorni gli aiuti cinesi hanno goduto da parte delle televisioni e delle radio del servizio pubblico di 1.904 secondi di visibilità, cioè oltre mezz’ora. Quelli russi, invece, 741 secondi, cioè poco più di 12 minuti. Infine, quelli statunitensi meno di 10 minuti, ossia 589 secondi. Guardando alle sei televisioni e radio della Rai si nota l’ampia visibilità data agli aiuti cinesi. Addirittura Rai News 24, l’emittente che ha garantito più spazio (560 secondi, cioè oltre 9 minuti) è anche l’unica, assieme a Rai Radio Due a non aver dedicato alcun servizio né agli aiuti russi né a quelli statunitensi».

La politica estera cinese sembra quindi orientata verso un doppio binario: da una parte il soft power diplomatico esercitato a suon di messaggi distensivi e donazioni di materiale sanitario ai partner colpiti dall’epidemia, dall’altro una politica più risoluta a tutela degli interessi propri della Cina che non prevede arretramenti sul piano comunicativo né militare. Come in un vecchio film di Igmar Bergman, la partita a scacchi è appena cominciata.

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