Perché i mini-Bot sono una pessima idea? Tre risposte alla domanda che tutti dovremmo porci

Ci risiamo: la politica è come un sentiero alpino, a metà del percorso c'è sempre quello che ha visto una scorciatoia e finisce col perdersi tra i mughi.

L'economia non è una scienza esatta ma non è neppure il regno delle soluzioni rapide ed indolori, ne sa qualcosa Paolino Paperino che nel 1992 attuò a Paperopoli una manovra finanziaria a tutto debito.

Com'è finita? Nell'unico modo possibile, con un pizzico di senso civico e molto liberismo.

Perché i mini-Bot sono una pessima idea? Tre risposte alla domanda che tutti dovremmo porci

Correva l'anno 1992 e dalla matita di Guido Scala usciva una delle storie più interessanti mai apparse su Topolino, quantomeno per gli appassionati di economia.

Paperino, eternamente in bolletta e ricolmo di debiti, propone la sua strategia al sindaco di Paperopoli per favorire il rilancio della città: stampare una sorta di mini buoni del tesoro cittadino, i Bop, acronimo di Buoni Ordinari Paperopolesi.

L'idea è di quelle gagliarde ma destinate a durare poco: quando la città inizia a pagare gli interessi sul debito con altri Bop, il meccanismo si blocca e i finanziatori ritirano il loro sostegno. 

A chi oggi propone di istituire i mini-bot come panacea di tutti i mali, rileggere questo classico Disney farebbe molto bene, soprattutto per la conclusione...

Cosa sono i Mini Bot?

Sono un'intuizione di Claudio Borghi, già consigliere economico della Lega Nord e autore del manuale Basta Euro, che in essi ravvisa a giorni alterni uno strumento utile per mettere in sicurezza le finanze nazionali o un viatico per uscire dalla moneta unica.

All'atto pratico, di questi buoni si sa poco: si sa che avrebbero durata temporale limitata, un valore massimo di mille euro e, soprattutto, una sorta di corso valutario parallelo. Potrebbero, cioè, essere scambiati con beni o servizi attraverso l'escamotage del pagamento di una parte del debito della pubblica amministrazione.

Perché non sono una buona idea?

Da un punto di vista economico

Da un punto di vista economico si tratterebbe di una moneta di serie B, nata e pensata come surrogato dell'euro e quindi messa su piazza col principale obiettivo di portare l'economia ad un bivio: da una parte la valuta continentale, dall'altra la Lira 2.0.

Come finisce una diarchia valutaria? Sempre nello stesso modo: la moneta forte scaccia quella debole perché, in fondo, chi vorrebbe essere pagato in conchiglie quando può avere dei dobloni sonanti?

«Il tema è il pagamento degli arretrati nella pubblica amministrazione, che può avere o meno i soldi in cassa— spiegava Carlo Stagnaro, direttore dell’Osservatorio sull'economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni a Wired.it  — Nel primo caso, perché non pagare in euro? Se i soldi effettivamente non ci sono, le alternative sono due: indebitarsi o immettere un pezzo di carta con su scritto 100 euro. Per rinunciare al credito è necessario che quel pezzo di carta valga davvero 100 euro e la cosa può avvenire solo se ciò corrisponde a un credito fiscale e sia cedibile a terzi. Quella è una moneta».

A certificare le velleità di batter moneta sotto traccia sono gli stessi autori della proposta, i leghisti Claudio Borghi e Alberto Bagnai — l'uno presidente della Commissione bilancio alla Camera dei Deputati e l'altro suo omologo al Senato — come ben ricostruito dal giornalista del Foglio , Luciano Capone: «Secondo il suo ideatore, il responsabile economico della Lega Claudio Borghi, i mini-bot sono il primo passo verso l’Eurexit: “E’ un espediente per uscire in modo ordinato, una specie di ruota scorta – ha dichiarato in passato – Nel momento in cui si decide di uscire, il mini-bot diventerà il contante della nuova moneta”. Borghi presentò per la prima volta l’idea nel 2012, al convegno Goofynomics organizzato dal leghista No euro Alberto Bagnai, descrivendo i mini-bot come “una maniera subdola per introdurre fintamente un’altra moneta”. E più recentemente, nel 2017, ha ribadito il concetto al convegno Oltre l’euro alla presenza di Matteo Salvini: “Avremmo una moneta in circolazione che poi potrebbe diventare la nostra”». 

Da un punto di vista politico

Il documento con cui i mini-bot sono saliti agli onori della cronaca è una mozione parlamentare, una sorta di atto d'indirizzo del Parlamento nei confronti del Governo. Un documento generico e non vincolante, bisogna dirlo, la cui funzione è meramente politica.

Non vengono istituiti, insomma, i mini-bot solo ne viene piuttosto suggerita l'istituzione in caso di bisogno. Stupisce però il voto unanime di tutti i partiti, quasi che nessuno abbia capito la reale posta in gioco.

«Sono sempre debito, non di certo una soluzione al problema del nostro debito pubblico — ha recentemente dichiarato il governatore di Bakitalia, Vincenzo Visco — bisogna evitare che con proposte che possono cercare di risolvere percezioni di problemi si mettano in moto percezioni che facciano salire il costo del debito perché c'è più sfiducia».

Già, la fiducia, è proprio su questo campo che si gioca tutta la partita: in un momento in cui iniziano a venir meno le certezze offerte dall'ombrello protettivo della BCE, sapere che uno dei paesi maggiormente esposti a livello finanziario ragiona apertamente di istituire una propria moneta per bypassare le regole comuni è un po' come infilare un bastone fra i raggi di una bicicletta in corsa. Una pessima idea.

Da un punto di vista logico

Torniamo al 1992, 24 maggio, Topolino n. 1904. Paperino è alle prese con i suoi Bop e le cose sembrano andare a gonfie vele: sull'onda di un debito pubblico senza controllo, Paperopoli s'illude di navigare nell'oro finché qualcuno non decide di chiudere i rubinetti del credito.

Quel qualcuno, manco a dirlo, è zio Paperone che alla città offre una via d'uscita alla trappola del deficit: privatizzare tutto, ma proprio tutto!

Ecco che i paperopolesi diventano proprietari chi di una cabina del telefono e chi di un tombino, iniziando ad amare e curare ciascuno per proprio conto viali e aiuole con la conclusione che dai Buoni Ordinari Paperopolesi nascono un altro tipo di Bop, i Buoni e Ordinati Paperopolesi.

Non c'è da meravigliarsi che Zio Paperone e la valanga dei Bop abbia avuto solo una ristampa una ventina d'anni dopo: chi oggi volesse impartire una lezione di buon senso e civismo basandosi su principi tanto liberisti come le privatizzazioni e i valori della borghesia operosa rischierebbe l'ostracismo.

Qualcosa di buono, però, questa storia lo insegna ed è che nella vita non esistono scorciatoie indolori. Qualcuno, alla fine, deve pagare la cena e se non siamo noi non vuol dire che il pasto sia gratis ma solo che l'ha pagato qualcun altro.

Quell'altro è il Paperone della situazione che, presto o tardi, potrebbe decidere di tagliarci i fondi e lasciarci annaspare senza più alibi nelle nostre contraddizioni. Non è questione di possibilità, è solo questione di tempo.

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