BoJack Horseman e la ricerca di una redenzione: perché il migliore show che vedrete quest’anno è il cavallo di Netflix

Acclamato dalla critica e dagli spettatori, le disavventure dell’attore-cavallo arrivano alla quinta stagione, disponibile da venerdì in streaming su Netflix. Colorata e ironica, BoJack Horseman è quanto di più amaro ma terapeutico possa offrire oggi il piccolo schermo.

BoJack Horseman e la ricerca di una redenzione: perché il migliore show che vedrete quest’anno è il cavallo di Netflix

Venerdì 14 settembre Netflix ha reso disponibile in tutto il mondo i dodici episodi che compongono la quinta stagione di “BoJack Horseman”, la serie prodotta dal servizio di streaming americano che ha ricevuto le migliori recensioni e i punteggi più alti da parte della critica del suo intero catalogo.

Colorata, ironica e graffiante, la storia dell’attore con la faccia di cavallo non ha nulla a che spartire con l’animazione per adulti di stampo americano che, dai Simpson in poi, ha creato un vero e proprio genere a sé stante.

“Bojack Horseman” riesce in un’impresa che decine di serie con attori in carne e ossa non tentano nemmeno più: entrare dentro l’anima dei personaggi, esplorarne sentimenti, ferite e sogni e restituirceli più veri che mai, sempre più “spezzati”, sempre più autentici.

La serie pensata da Raphael Bob-Waksberg è ambientata in un’immaginaria Hollywood (Hollywoo, dopo la caduta della “d” finale durante la prima stagione), nella quale esseri umani e animali antropomorfi disegnati da Lisa Hanawalt affrontano – come tutti noi – lo spaesamento degli anni ’10 di questo secolo.

Il protagonista che dà il nome allo show, BoJack Horseman (Will Arnett), è un attore di sit-com famoso negli anni ’90 ma ormai senza più uno scopo apparente, diviso tra vortici di autodistruzione e la sincera speranza di poter diventare una persona migliore. Accanto a lui gravitano una serie di personaggi altrettanto complessi: c’è Princess Carolyn (Amy Sedaris), la sua gatta-agente-ex fidanzata anche lei scissa tra la carriera come agente nel mondo dello spettacolo e il desiderio – fortissimo – di una maternità che non arriva mai; c’è Mr. Peanut Butter (Paul F. Tompkins), un labrador antropomorfo che rappresenta il contrario di BoJack con la sua solarità e la sua costante allegria, ma la cui immaturità di fondo gli rende impossibile trovare ciò che cerca davvero.

La comicità è sempre funzionale alla storia e ai suoi personaggi, mai viceversa. La serie critica le idiosincrasie dei nostri tempi, dagli eccessi del politically correct (con qualche richiamo al movimento femminista #metoo) ai modelli “tossici” che ci vengono continuamente proposti dai media e dei social network, ma è ciò che avviene dentro i personaggi che fa davvero la differenza.

Le vicende di BoJack parlano davvero a tutte le generazioni, eppure solo chi avrà lo stomaco di lasciarsi condurre in questa introspezione dolorosa potrà capirle davvero. Scelte stilistiche coraggiose dettano e stravolgono i tempi televisivi classici, ma su Netflix osare è permesso. La sesta puntata di questa nuova stagione non è altro che un monologo di venti minuti con due sole inquadrature in una circostanza drammatica ma naturale: un BoJack “spezzato”, come lo definirebbe il teologo olandese Henri Nouwen, si dimostra ancora una volta incapace di sentirsi “amato”, né dai genitori che l’hanno cresciuto in un clima anaffettivo, né soprattutto da se stesso.

In questi dodici episodi, BoJack mostra mai come prima d’ora la voglia sincera di lasciarsi il passato alle spalle, di essere davvero ciò che gli altri, spesso, hanno intravisto in lui. Ma è il modo di farlo che fa la differenza. Di fronte ai suoi errori, anche a quelli che hanno rovinato la vita delle persone a cui voleva bene, Bojack ha due soluzioni: autoassolversi per trovare un sollievo temporaneo, tra pastiglie e vodka, e attendere l'immancabile ricaduta, oppure intraprendere un altro tipo di cammino, del quale non potrà prevedere né tempi né modalità, per una vera redenzione, probabilmente non completa e sicuramente parziale, ma comunque vera.

È qui, forse, il senso più profondo di questa quinta stagione di “BoJack Horseman”, una confezione coloratissima che contiene una delle medicine più amare della TV. E sono le medicine più amare quelle che fanno più bene.

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