Il Festival dell'imbarazzo. La prima serata di #Sanremo2019 è senza musica, senza spettacolo, senza cuore

Tanta noia e imbarazzo per la prima serata di Sanremo 2019. Grigiume alla conduzione, tanta mediocrità nelle canzoni. Cronache di quella che si candida ad essere la peggior edizione del Festival degli ultimi decenni.

Il Festival dell'imbarazzo. La prima serata di #Sanremo2019 è senza musica, senza spettacolo, senza cuore

La prima serata del primo Sanremo “sovranista”, come l’hanno definito nelle scorse settimane, rischia di venir ricordato a lungo. Molto a lungo. E non per la ritrovata supposta “Italianità”, né per una particolare hit che resterà per decenni nelle radio come “Volare” o “Terra Promessa”.

Ce la ricorderemo come la prima serata più straziante della kermesse sonora da molti anni a questa parte.

La scelta è stata chiara, e in fondo coerente con il corso tracciato già lo scorso anno dal direttore artistico e conduttore Claudio Baglioni. Meno fronzoli, meno ospiti, meno “spettacolo” nell’accezione negativa del termine per lasciare spazio alla musica italiana.

Di fronzoli se ne sono visti pochi, di ospiti solo Andrea Bocelli e Giorgia – tra i punti più felici, e ci mancherebbe, della serata – di “spettacolo” quasi nulla. È la musica, quella che doveva essere la protagonista, la grande assente.

Nessun brano sopra il sei e mezzo, tante stecche, qualche problema di natura acustica che ha rovinato l’ascolto delle prime canzoni. Ma soprattutto niente che ci facesse “sobbalzare” dalla sedia, liberandoci dalla “sanremesità” di nenie che iniziano con l’arpeggio al pianoforte e si concludono con lamentele forti. Persino i “giovani”, quelli chiamati a rompere gli schemi come Gabbani due anni fa e lo Stato Sociale lo scorso anno, sono caduti in pieno nella trappola della noia. Dal rapper Shade al trapper Achille Lauro non si salva nessuno. Gli unici ad affacciarsi nella personalissima quota “sufficienza” dello scrivente sono gli stagionati Nek, Cristicchi, Silvestri, Negrita e Paola Turci, ma lo fanno tutti con brani che impallidiscono rispetto ai loro pezzi migliori.

A guardare le quote dei bookmakers, che vorrebbero il Festival una corsa a due tra i giovani Ultimo e Irama, c’è da piangere.

A voler essere clementi il Festival 2019 rischia di essere l’edizione musicalmente più grigia degli ultimi quindici anni, mentre a livello di mero intrattenimento, se non ci si risolleverà entro sabato, rischiamo di dover tornare indietro addirittura al 1989, al Festival condotto dai “figli di”, Rosita Celentano, Paola Dominguin, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi, per trovare un’edizione più “dolorosa” da vedere.

Sul Festival pesano come macigni una conduzione impaurita, affidata a un Claudio Baglioni ancora più spaesato rispetto allo scorso anno, e la stanchezza delle due spalle comiche, quel Claudio Bisio e quella Virginia Raffaele, due tigri della battuta tagliente e della comicità esplosiva, ridotti a miagolanti gattini dalle polemiche precedenti al Festival e da una scaletta asettica.

È una liturgia triste frequentata “da non credenti della musica” dalla quale è stato bandito ogni elemento di gioia. Il clima – lo si percepisce di primo acchito – non è dei migliori e la paura di una parola fuori posto o di una gaffe dolorosa aleggiano sopra l’Ariston come fantasmi. Sembrano passati secoli dai tempi dell’irriverenza di Luca e Paolo o da quelli della beata padronanza di Carlo Conti. Altri tempi, appunto.

E così, il “Festival dell’armonia” si è tramutato nel Festival dell’imbarazzo. E se questo grigiume è l’italianità, ben venga il coloratissimo cattivo gusto dell’Eurovision.

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