L'anno di Covid in dodici immagini

La potenza delle immagini così passeggere quanto eterne. Mai come quest'anno segnato dalla pandemia e da ricordi disorientati a causa di giorni, settimane e mesi uguali, le fotografie realizzate in tempo di Covid-19 ricuciono sentimenti, inquietudini e speranza

L'anno di Covid in dodici immagini

L’oggi uguale al domani e il domani che tanto assomiglia a ieri, i ricordi disorientati in una bussola senza punti cardinali: la pandemia ha segnato la nostra percezione di un anno vissuto tanto intensamente quanto sfuggente e disorientante a causa di mattine, pomeriggi e sere uguali gli uni con gli altri. Le foto, però, allo stesso tempo passeggere quanto eterne, ci sbloccano ricordi e sensazioni contrastanti. A segnare di spavento e preoccupazione la nostra quotidianità è un’immagine di fine gennaio: da Wuhan, città da 11 milioni di abitanti, rimbalzano le immagini di un uomo accasciato a terra, in strada. Non si conoscono le ragioni del malessere, ma tanto basta per innescare sentimenti di paura. Poi l’arrivo del personale paramedico bardato di tuta anticontaminazione e guanti, un abbigliamento che i nostri occhi si abitueranno a vedere sempre più spesso, e le operazioni per disinfettare il marciapiede.

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Ma è solo il 30 gennaio e Mattia Maestri è semplicemente un ragazzo lombardo di 37 anni che nei giorni successivi si recherà in ospedale per una polmonite inizialmente leggera. Poi la febbre, il ricovero e l’agghiacciante conferma: lui è il “paziente 1”. A Codogno, vicino Lodi, la sua città, l’allerta è massima, un climax crescente avvolge la penisola. Viene ricoverato la notte tra il 20 e il 21 febbraio, lo stesso giorno che per sempre cambierà l’Italia: Adriano Trevisan, 78 anni, di Vo’, muore all’ospedale di Schiavonia.

Senza sosta, senza nemmeno avere la precisa e chiara idea di quello che li sta circondando, medici e infermieri lottano contro il coronavirus per salvare quante più vite possibili. La foto simbolo che li rappresenta è quella di Elena Pagliarini, infermiera dell'ospedale di Cremona che, alla fine del turno del 10 marzo, si addormenta stravolta sulla scrivania, con ancora indosso il camice e la mascherina. Anche Elena nei mesi successivi contrarrà il virus, ma guarirà e qualche mese dopo riceverà la nomina a cavaliere al merito.

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Tra determinazione e sconforto, in un continuum di stati d’animo, da Bergamo, nella serata di mercoledì 18 marzo, arrivano immagini che fanno crollare precarie difese psicologiche: un’interminabile fila di camion dell’esercito trasporta le bare di alcune delle persone morte di Covid-19 dal cimitero ai forni crematori di altre città. La provincia con il maggior numero di contagi è al collasso, c’è un solo forno crematorio che lavora a pieno regime, 24 ore su 24, ma può cremare al massimo 25 defunti al giorno. Nel buio e nel silenzio della notte, in una solenne processione, i camion trasportano le salme nelle altre città, anche a Padova.

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Una settimana dopo, tutto il mondo è collegato in diretta per un evento che non ha precedenti. Davanti a una piazza San Pietro deserta, papa Francesco è in piedi in silenzio, dietro di sé l’immagine della Salus populi romani e il Crocifisso di San Marcello, rispettivamente l'icona bizantina di Maria conservata in Santa Maria Maggiore e il crocifisso oggetto della venerazione dei romani che nel 1500 salvò la città dalla peste. È venerdì 27 marzo, nuvole coprono il cielo di Roma e scaricano pioggia, prima della benedizione Urbi et Orbi, il pontefice tiene una sua omelia dedicata alle difficoltà del momento presente: «Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città. Si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante», le parole che fanno eco nei cuori di milioni di fedeli all’ascolto.

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La potenza delle parole e delle istantanee che si contrappone alla leggerezza – sì, è stata necessaria anche questa – del fuori onda del presidente della Repubblica. Nello stesso giorno, il 27 marzo, dal Palazzo del Quirinale, Sergio Mattarella rivolge un messaggio di conforto alla Nazione, ma è stato nel momento in cui ha risposto all'invito del cameraman ad aggiustarsi i capelli canuti, con le parole: «Eh Giovanni, non vado dal barbiere neanch'io», che lo abbiamo sentito davvero uno di noi. Un presidente che avverte sulle sue spalle tutto il peso di guidare un Paese attraverso la tempesta, ma che non può, proprio come tutti, neanche uscire di casa per tagliarsi i capelli.

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Sono, infatti, i mesi del lockdown, delle giornate compresse in pochi metri quadri di balconi, dell’inno di Mameli cantato a squarciagola, dei cartelloni con su scritto “Andrà tutto bene”. Marzo lascia posto al tepore primaverile del mese di aprile così Vittoria Oliveri, di 13 anni, e Carola Pessina, di 11, impugnano le racchette e si danno appuntamento sui tetti delle loro case, a Finale Ligure, in provincia di Savona per un paio di acrobatici scambi a tennis. Loro resistono, come meglio possono, diventano un piccolo ma sorridente simbolo di quest’Italia al punto che il 10 luglio, le due amiche saranno protagoniste di uno spot Barilla in compagnia del campione svizzero Roger Federer, anche lui sullo stesso tetto per fare qualche scambio insieme a loro. Del resto anche lo sport si è tempestivamente fermato. 

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Stop alla Serie A e a tutti i campionati, niente Europeo di calcio e Olimpiadi di Tokyo. A metà maggio, però, la Bundesliga tedesca si dice pronta a ripartire, adottando tutte le precauzioni possibili e limitando i contatti tra i calciatori. Erling Haaland diventa così il primo a segnare un gol post prima fase di Covid-19: è il 16 maggio e l’attaccante del Borussia Dortmund festeggia tenendosi distante dai suoi compagni di squadra.

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Il mondo va a velocità differenti: se in Europa ci sono segnali di schiarita, negli stessi giorni le immagini che arrivano dal Brasile tolgono il fiato con le migliaia di tombe nel cimitero di Nossa Senhora Aparecida, vicino Manaus. Il Paese sudamericano è il secondo più colpito, eppure Jair Bolsonaro minimizza e ironizza prima dell’annuncio del 7 luglio che sa tanto di beffa: «Sono positivo al Coronavirus».

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Una gestione scellerata e imprudente non tanto dissimile dalla posizione di Donald Trump che in piena campagna presidenziale sottovaluta pubblicamente gli effetti del virus, noncurante delle misure di igiene e rifiutandosi a lungo di indossare la mascherina. Anche lui positivo, il 5 ottobre lo si vede togliere la mascherina sul balcone della Casa Bianca subito dopo essere stato dimesso dal Walter Reed Medical Center, l’ospedale militare dove era stato ricoverato.

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E mentre il 3 novembre gli Stati Uniti d’America sceglievano Joe Biden come successore proprio del repubblicano, l’azienda farmaceutica Pfizer era pronta ad annunciare l’efficacia del vaccino anti-Covid realizzato assieme alla tedesca BioNTech.

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Un mese dopo, l’8 dicembre, lo scatto che riempie di fiducia e speranza: medici e infermieri applaudono l’inglese Margaret Keenan, 90 anni, la prima persona al mondo ad aver ricevuto il vaccino.

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Parole semplici, le parole che tanto volevamo sentire cariche di fiducia per il 2021: «Sono così felice, è il regalo più bello per il mio compleanno: potrò passare il Natale con la mia famiglia dopo esser stata sola per tutto l’anno».

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