Paolo Borrometi. "Non sono un eroe. Papa Francesco ha dato una carezza al mio cuore"

«Il giornalismo è raccontare, far riaprire un caso, sfidare l’omertà, puntare il dito; non raccontare un fatto ma indagare, parlare con la gente, qualcosa che piace a pochi ma che è necessario». La passione di Paolo Borrometi, giornalista condannato a morte dalla mafia, è potente. 35 anni, dal 2014 vive sotto scorta ma non demorde e continua a denunciare le malefatte della mafia “invisibile”, quella “pulita”, degli affari, che denuncia dalle pagine del suo libro “Un morto ogni tanto”, dal suo giornale on line laspia.it, dalla ribalta di Tv2000. A primavera Paolo ha incontrato in privato Papa Francesco, ha ricevuto l’onoreficenza  motu proprio dal Presidente Mattarella, manifestazioni che lo hanno commosso e ancor più motivato: «Bisogna far conoscere l realtà ed è quello che ho cercato di fare nel il mio libro con nomi e cognomi per mettere le persone spalle al muro: questa è la realtà, se l’accettate non lamentatevi. Siamo un Paese che cerca eroi ma non va bene. Io non sono un eroe. Questo Paese ha bisogno di cittadini, non di eroi, a prescindere dal lavoro che svolgono. Non ci sono scusanti, non ci sono possibilità di diverse soluzioni: chi lo vuole vedere lo vede altrimenti sarà complice».

Paolo Borrometi. "Non sono un eroe. Papa Francesco ha dato una carezza al mio cuore"
«Anni prima avevo scelto di fare il giornalista: in una democrazia il diritto a un’informazione libera, autonoma e indipendente è un diritto fondamentale, al pari della libertà di espressione. Continuavo a crederlo. Mi sarei rimesso in piedi e avrei ricominciato a raccontare. Da allora non ho mai smesso, anche se non passa giorno in cui non mi giri a guardare indietro se qualcuno mi passa accanto, o non sobbalzi quando una persona inavvertitamente mi sfiora un braccio. Me ne sono fatto una ragione». Paolo Borrometi,...

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