Il Veneto tra identità e partecipazione: la ricerca di un futuro come risorsa

La transizione iniziata negli anni Settanta con la trasformazione di un Veneto marginale in un Veneto del benessere ancora non è completa. L'identità tradizionale basata sulla fede cattolica interpretata dalla Democrazia cristiana ancora non ha trovato una nuova forma. Se le elezioni regionali del 2015 con percentuali simili alle prime del 1970 (oggi per Zaia, allora per la Dc) in realtà hanno visto la partecipazione della metà degli aventi diritto. La ricerca identitaria insomma è ancora in atto.  
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Il Veneto tra identità e partecipazione: la ricerca di un futuro come risorsa

Anche nel Veneto si leggono i segni della debolezza della rappresentanza: scarsa partecipazione al voto, crisi di partiti, sindacati, associazioni di categoria. Resta la vitalità di un capitale sociale offerto da una ricca articolazione del volontariato, tuttavia in difficoltà a darsi una rappresentazione unitaria della società veneta.

I fatti identitari, che nel Veneto hanno sempre avuto rilievo nella organizzazione della rappresentanza sembrano anch'essi indebolirsi. Ed è singolare, perché in forme diverse c'è stata nella storia politica del Veneto una specificità, un rapporto forte con l'identità.

A partire dal dopoguerra. In un Veneto povero e marginale si attinge particolarmente a quel fatto identitario  offerto dalla comune appartenenza alla diffusa fede cattolica. Non solo credenze e valori condivisi, ma anche un riferimento per un insieme di infrastrutture per la vita comunitaria.

Il nuovo ceto politico che si incontra e si riorganizza nella Democrazia Cristiana utilizza essenzialmente questo fatto identitario, appoggiandosi alle reti organizzative offerte dalle infrastrutture partecipative offerte dal capillare mondo cattolico. Il Veneto, e Vicenza in particolare, diventa “la sagrestia d'Italia”.

Negli anni '70 si realizza la grande transizione tra marginalità e benessere. Nasce un altro Veneto. Con uno sviluppo economico intensissimo che cambia in meno di una generazione stili di vita, livello di benessere, forme di produzione, valori di riferimento. Questa profonda trasformazione antropologica va in direzione di una progressiva secolarizzazione, in cui strutture, processi educativi ed aggregativi del mondo cattolico restano significativi ma perdono quel fattore identitario che avevano negli anni precedenti. Più abitudini che ispirazione di vita. La DC cerca di rappresentare questa nuova fase, da un lato con l'ambizione di guidarla culturalmente, utilizzando la novità dell'avvio delle Regioni, dall'altro cercando una rappresentanza diretta degli interessi dei nuovi ceti emergenti.

Lo capisce molto bene Antonio Bisaglia, divenuto leader della DC Veneta e influente personalità nazionale. Bisaglia pensava che si dovesse ricostruire un legame identitario i cui elementi fondanti potevano essere una riscoperta del territorio e della sua rappresentanza e, insieme, un nuovo patto con i ceti che erano stati protagonisti della trasformazione produttiva: piccoli industriali, artigiani, tecnici, commercianti al minuto e all’ingrosso, nuovi professionisti, ecc. Bisaglia, anche per la morte improvvisa, non riesce a compiere quel salto che adombra in una famosa intervista nel 1982 ad un giovane Ilvo Diamanti: «L’ostacolo principale è la visione centralistica che ancora prevale in Italia. Centralistica e burocratica. Se ciò fosse possibile, direi che il Veneto sarebbe pronto a partecipare ad uno Stato federale. … Ma l’Italia no non sarebbe pronta, lo Stato ne ha paura».

Bisaglia muore e inizia l'affermazione della Lega. Che troverà capitale politica in Lombardia ma nasce non a caso prima nel Veneto. Ritorna l’identità. Improvvisamente larghissime fasce di elettorato si trova senza riferimenti identitari. Con la caduta del Muro di Berlino e l’apertura di una nuova geopolitica, con l’inizio degli scandali che diventeranno di Mani Pulite. Scoprono nella Lega non l’identità dei miti venetisti ma un nuovo schema interpretativo, un nuovo patrimonio identitario a cui attingere per affrontare il cambiamento che è entrato nella vita.

Con la discesa in campo di Berlusconi nel 1994 il Veneto diventa la terra del Forzaleghismo, a trazione forzista, ma con una forte penetrazione popolare da parte della Lega.

Larga rappresentanza, ad eccezione delle aree urbane, in cui più forte resta il fronte progressista, che si aggrega nella stagione dell'Ulivo, anche al centro con l'iniziativa innovativa di Insieme per il Veneto, base della futura Margherita. Nel Veneto nasce però anche l'idea del “partito dei Sindaci”, trainata dalla penna efficace del direttore del Gazzettino Giorgio Lago, che non riesce tuttavia a trasformarsi in iniziativa politica. Il grande tema del federalismo esce dalle cronache della politica.

Le elezioni regionali del 2015 sembrerebbero offrire un assestamento del sistema politico veneto. I risultati in superficie sono simili a quelli della DC negli anni di maggiore successo. Nel 1970, l’anno delle  prime elezioni regionali, davano il loro consenso alla DC il 51,9% degli elettori. Nel 2015 il 50,6% degli elettori ha scelto Zaia come Presidente della Regione.

Però oltre la superficie occorre constatare che il voto alla DC era frutto di una sedimentazione profonda e prolungata nel tempo di progetto, organizzazione, rappresentanza di interessi e valori. Alle elezioni del 1970 andarono a votare il 94,6% dei veneti aventi diritto. Oggi siamo nella società del voto liquido, scarso e mutevole. Alle elezioni del 2015 la partecipazione è stata del 57,15%, risultato ragguardevole, superiore di più di 3 punti alla media nazionale, ma pur sempre 9 punti in meno rispetto al 2010. E in termini assoluti Luca Zaia perde comunque in cinque anni 420.000 voti.

Non un assestamento dunque, ma ancora una ricerca. Di una identità rappresentata. Le risorse probabilmente ci sono ancora pronte ad aprirsi al futuro. Ma serve questo: una identità che si fa risorsa per il futuro. Non una identità spaventata. Perché il vecchio proverbio trevigiano “come noialtri non ghe n’è altri, se ghe n’è ancora che i vegna fora” non era espressione di una presuntuosa autosufficienza ma della forza vitale di un popolo che voleva cambiare il proprio destino. Che non si faceva spaventare. Che non aveva paura del mondo di fuori, ma lo considerava una risorsa su cui basare la propria crescita. Lì bisogna saper tornare.

Il testo è l'abstract di un saggio più ampio pubblicato in AaVv, a cura di Filiberto Agostini Il Veneto nel secondo novecento, Politica e Istituzioni, Franco Angeli 2015. Per leggerlo in versdione completa clicca qui.

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Parole chiave: rappresentanza (5), politica (77), veneto (174)
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