Prima le competenze, poi le risorse necessarie

Sul tavolo della trattativa tra il ministro Stefani e il presidente Zaia non c'è solo il futuro del Veneto "virtuoso", ma anche delle altre regioni. Se il governatore vuole giocarsi la carta del residuo fiscale, la neo-ministra degli Affari regionali dovrà cercare l’intesa sui costi standard per le nuove competenze, stabilendo i criteri e le risorse per le altre regioni, senza sconquassare l’impalcatura della Repubblica.

Prima le competenze, poi le risorse necessarie

Sul banco sono girate 23 carte.
Sono tutte le materie che l’articolo 116 della Costituzione riconosce come attribuibili alla regione che ne fa richiesta allo Stato come forme e condizioni particolari di autonomia.
Da un lato del banco c’è Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, assieme al suo entourage che rilancia un “all-in” stile poker: «Noi chiediamo tutte e 23 le materie, del resto i costi sono affrontabili anche perché, è sotto gli occhi di tutti, la regione Veneto è assolutamente virtuosa».
Dall’altro lato c’è la ministra per gli Affari regionali, Erika Stefani, il migliore interlocutore possibile in questo momento che lei stessa definisce «epocale». Al centro, il regionalismo differenziato.

Zaia si fa forte anche del referendum consultivo del 22 ottobre, quando 2.273.985 votanti si sono espressi in maniera plebiscitaria per intraprendere “nel quadro dell’unità nazionale”, le iniziative istituzionali necessarie per richiedere maggior autonomia, coccolati dall'ipotesi di trattenere in loco una parte delle imposte, come sottolineato da diversi esponenti della Lega.

Residuo fiscale, il nodo del contendere

Ora spifferato, ora rilanciato con prepotenza prima e dopo il referendum, infatti, al centro del contendere vi è il cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza tra quanto i cittadini italiani versano ogni anno all'erario sotto forma di imposte e quanto ricevono in cambio, in termini principalmente di servizi.

I calcoli dei tecnici parlano di 15 miliardi e 458 milioni di euro di residuo fiscale, a cui in questo passaggio storico – sebbene l’introduzione dell’autonomia differenziata risalga al 2001, nessuno prima di oggi ne aveva, infatti, fatto richiesta – il Veneto vorrebbe dare una sforbiciata netta.

Come Trento e Bolzano?

Sempre durante il referendum, manifesti timbrati Lega auspicavano che nove decimi delle tasse non uscissero dai confini regionali, suggerendo un profilo da statuto speciale su modello Trento e Bolzano.

Un’idea che, però, come ha fatto capire la ministra Stefani sottolineando i vincoli invalicabili della Costituzione, sarà accantonata.
Va bene il federalismo fiscale come prospettiva seria per affrontare il tema del regionalismo differenziato, con cui costituirebbe un binomio inscindibile, ma Costituzione alla mano non è una strada attuabile, non in questa modalità.

Autonomia finanziaria, tante promesse ma poche risorse

Partiamo da una premessa: già oggi, tutte le regioni italiane a statuto ordinario godono di una certa autonomia finanziaria, in riferimento al Titolo V della Costituzione.
Anche l’ultima riforma del 2001 aveva lo scopo di dare allo Stato italiano una fisionomia più “federalista”, spostando le decisioni di spesa da livelli più alti e centrali a quelli più locali e vicini ai cittadini. Il denaro che le regioni possono spendere piuttosto liberamente arriva da una serie di imposte come l'irap, l'addizionale irpef, le imposte automobilistiche, una parte delle accise sul gas e i carburanti, oltre ad altri tributi minori.
Tutte insieme però non garantiscono alle regioni ampi margini di manovra: dagli anni Settanta fino alla riforma del 2001, insomma, le regioni hanno visto crescere la loro autonomia organizzativa e di spesa senza che di pari passo crescesse la loro autonomia fiscale.

Ecco perché diventa fondamentale ora la sintonia tra governo e Regione (e in futuro, regioni): 

attorno al tavolo ministeriale va trovata l’intesa sui costi standard per le nuove competenze, vanno stabiliti soprattutto i criteri e le risorse per avanzare proposte, senza sconquassare l’impalcatura della Repubblica e garantendo servizi adeguati. 

«Sento sempre parlare dei nove decimi, ma noi li abbiamo chiesti in via precauzionale. Da lì si parte», sottolinea Zaia, e a leggere tra le righe par di cogliere un certo pessimismo.
Anche perché tra le materie stabilite dall'articolo 117 della Costituzione, non ci sono le entrate fiscali: il governatore non può, dunque, chiedere di trattenere per sé quasi tutte le imposte, ma al contrario l’iter segue un diverso percorso prestabilito: la Regione chiede le competenze, lo Stato ne misura il costo stabilendo un “nuovo pacchetto” di compiti e di risorse finanziare per coprire le spese. Senza però alterare il residuo fiscale complessivo.

Un vincolo nazionale di solidarietà

E poi c'è un altro articolo della Costituzione, il numero 119, che stabilisce l'obbligo per le regioni di essere solidali col resto del Paese e di partecipare a un fondo di perequazione con cui il governo trasferisce risorse verso le aree geografiche che, per il numero ridotto di abitanti o per altri motivi, hanno bisogno di essere sostenute dallo Stato centrale.
Lasciando da parte il residuo fiscale, insomma, il Veneto “virtuoso” dovrà perseguire un’altra strada, ricordando il monito di Gianclaudio Bressa, sottosegretario agli Affari regionali e firmatario del preaccordo: «Questa è una sfida all’efficienza e all’efficacia dell’azione amministrativa, e quindi politica delle singole regioni».

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Parole chiave: residuo fiscale (1), zaia (52), stefani (3), referendum (55), autonomia (19)
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