Europa, è l'ora della scelta

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a vari fenomeni come crisi finanziaria, migrazioni, terrorismo, conflitti, nuovi assetti geopolitici, cambiamenti climatici, crescita delle disuguaglianze tra Stati e all'interno dei singoli Stati membri, che hanno inciso fortemente su aspetti centrali per il vivere comune. Avendo alle spalle questo scenario, i cittadini europei eleggeranno i nuovi europarlamentari. Si alzerà il sipario sulla nona legislatura e, in un clima di incertezza, l'Unione europea prova a ridurre la distanza comunicativa tra sé e i suoi cittadini.

Europa, è l'ora della scelta

“Cosa fa l’Europa per me?”.
Diretto ed eloquente, il sito multilingue www.what-europe-does-for-me.eu, realizzato dal Servizio di ricerca del Parlamento europeo, è uno strumento intuitivo con cui l’Unione europea prova a scrollarsi di dosso la fama di istituzione pachidermica e lontana dai cittadini per entrare nel cuore degli impatti concreti che ha sulla vita quotidiana: come influisce sulla nostra assistenza sanitaria, sul nostro futuro, i nostri hobby, i nostri viaggi.

Un residente in Veneto può informarsi sugli impegni presi all’interno della sua regione, ma anche leggere cosa succede, per esempio, in Occitania o in Sassonia. Anche questo è un ulteriore strumento per arrivare preparati alle elezioni di maggio (in Italia, domenica 26), quando gli europei saranno chiamati a eleggere i 705 deputati del Parlamento europeo.
Eppure nonostante l’alto numero di informazioni pubbliche facilmente reperibili online, la percezione è che organismi europei e cittadini siano ancora divisi da una distanza di dialogo e comprensione.
Lo conferma Alessandro Simonato, dottore di ricerca in diritto costituzionale all’Università di Padova e collaboratore della rivista Aggiornamenti sociali.

«Nelle serate informative che ho avuto modo di tenere negli ultimi due mesi ho potuto toccare con mano il fatto che tutto ciò che riguarda l'Unione Europea suscita emozioni forti come entusiasmo e rabbia, ma anche spesso distacco, percezione di lontananza. L’esistenza di una pluralità di istituzioni europee, la loro composizione, i temi di cui si occupano, i processi attraverso i quali vengono adottate le decisioni, sono informazioni di cui sono consapevoli solo pochi cittadini. Il Parlamento europeo è certamente l’istituzione meno conosciuta e in questo modo si perde la possibilità come cittadini di rappresentare, adeguatamente informati, quali sono i valori e gli interessi che riteniamo debbano essere promossi dalle e nelle istituzioni europee».

In molti guardano alle elezioni di maggio come a un crocevia per l’Unione Europea, tra chi parla di rifondazione e chi vede l’Europa nella dicotomia globalizzazione-populismi. Sono toni troppo “enfatici” o le prossime elezioni hanno un carattere più marcato e decisivo rispetto alle tornate precedenti?

«La dicotomia la proporrei in altri termini, oppure affiancherei una pluralità di dicotomie come sovranisti-europeisti o società identitaria-società aperta, ma sicuramente le prossime elezioni rappresentano uno snodo importante. Occorre tenere presente che negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a vari fenomeni (crisi finanziaria, migrazioni, terrorismo, conflitti, nuovi assetti geopolitici, cambiamenti climatici, crescita delle disuguaglianze tra Stati e all'interno dei singoli Stati membri) che hanno inciso fortemente su aspetti centrali per il vivere comune. La maggior parte delle analisi e delle proposte presenti nel dibattito affermano la necessità che l'Unione Europea come la conosciamo oggi va cambiata: la stessa Commissione, a partire dal Libro bianco sul futuro della Ue, ha introdotto nel dibattito pubblico alcune domande di fondo che riguardano il “perché stiamo insieme”, “cosa vogliamo mettere in comune” e “come”. I commissari hanno voluto offrire dati e chiavi di lettura che riguardano alcuni orizzonti fondamentali come i diritti sociali, la globalizzazione e la sostenibilità, proponendo cinque possibili scenari per il futuro: “avanti così”, “solo il mercato unico”, “chi vuole di più fa di più”, “fare meno in modo più efficiente”, “fare molto di più insieme”».

Se le chiedessi di immaginare cinque istantanee che hanno caratterizzato l’ultimo lustro dell’Europa, quali sarebbero per lei i momenti “crocevia”?

«Tutti abbiamo bene in mente i volti delle persone che attraversano il mar Mediterraneo e le frontiere e le forti divisioni politiche nazionali ed europee nell’affrontare il fenomeno delle migrazioni e delle richieste di protezione internazionale, così come ci confrontiamo ancora oggi con il referendum che si è tenuto nel Regno Unito nel 2016 e con i conseguenti negoziati relativi alla Brexit che, nonostante l’incertezza, hanno portato la composizione del Parlamento a 705 europarlamentari anziché 751 con la rappresentanza italiana che passa 73 a 76 europarlamentari. Aggiungerei come possibili momenti chiave anche il quantitative easing adottato dalla Banca centrale europea nel 2015 che ha avviato profonde riflessioni sull’unione economica e monetaria; i negoziati sul Ttip, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, che hanno portato alla luce un ruolo importante del Parlamento e della società civile europea. Per finire, la celebrazione dei 60 anni della firma dei Trattati di Roma che ha avviato il dibattito sul futuro dell’Europa e la presa in carico con maggior vigore di alcuni temi particolarmente sentiti dai cittadini come maggiore democrazia, disuguaglianze e sussidiarietà».

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