Falce e tortello. Così alle feste dell'Unità è cresciuta l'Italia

Pensata inizialmente come scampagnata dopo la seconda guerra mondiale, la Festa dell'Unità ha quasi da subito posto al centro del suo calendario l'aspetto politico. Da occasione di autofinanziamento del Partito comunista italiano a luogo che sapeva accogliere le esigenze dei cittadini, arena aperta anche a ospitare il dibattito e il confronto con esponenti di altri partiti.

Falce e tortello. Così alle feste dell'Unità è cresciuta l'Italia

I toni, enfatici e celebrativi, tradiscono una certa imparzialità
Ma agli occhi di Italo Calvino, cronista “di punta” inviato dell’Unità, la festa del giornale del 1948 organizzata al Foro Italico rappresentò la realizzazione di un’Italia «multiforme e multicolore, festante e combattiva, povera e dignitosa. Non c’era dubbio che nelle vie di Roma si vedesse davvero il volto di tutto il popolo italiano, non una parte».

L’archetipo della festa dell’Unità voleva essere tutto questo, la manifestazione di un partito, il Partito comunista italiano, capace di tenere uniti valori di classe, politici e sociali da esibire come collante.

Quella del 1948, poi, rappresentò uno spartiacque: se solo tre anni prima, appena fuori dalla seconda guerra mondiale, la prima festa a Mariano Comense, in Lombardia, era stata a tutti gli effetti una sorta di scampagnata ludica e ricreativa, in quella del ’48, con la presenza di Palmiro Togliatti a 70 giorni dal suo attentato, si introdusse quell’elemento politico da cui, poi, la festa non si separerà più.

«Con le feste si riconosce e si consolida sempre di più il senso di appartenenza, e il comizio di chiusura del segretario era un momento liturgico, quasi messianico, al quale partecipava una folla oceanica perché lì si dettava la linea politica del partito – racconta Anna Tonelli, docente di Storia contemporanea all’Università di Urbino e autrice del libro Falce e tortello. Storia politica e sociale delle Feste dell’Unità (1945-2011) – E non dimentichiamoci l’elemento portante: coloro che organizzavano queste feste di almeno tre settimane, erano tutti volontari che utilizzano le proprie ferie per dare una mano alla realizzazione dell’evento perché era un segno di grande affezione, partecipazione. Ci si sentiva al servizio di un partito che diventava una causa».

Nel libro, Tonelli ricostruisce le tappe di quasi settant’anni di feste dell’Unità, nate nella visione della classe dirigente del Pci per finanziare il partito con donazioni spontanee e con il ricavato dai ristoranti, stand e librerie, ma che nei decenni sono diventate appuntamenti sempre più caratterizzati da un valore culturale, aggregativo e socializzante: si va per ascoltare la politica e per trovare un senso di riconoscimento nella fede “rossa”.
Se Mario Scelba utilizzava l’ordine pubblico come motivo per provare a vietare gli eventi, nel 1975 si arriva a un’esplosione talmente ramificata su tutta la penisola che si susseguono oltre settemila feste in un anno con una partecipazione stimata di circa 30 milioni di persone.

E, soprattutto, non tutti di un’unica appartenenza militante e ideologica: «Negli anni '80, si cominciano a invitare rappresentati di altri partiti perché la politica stava cambiando, ma l'aspetto davvero importante è che alle feste ci andavano cittadini di altre appartenenze politiche: perché si mangiava benissimo, e questo lo sanno tutti, perché nei dibattiti si parlava di temi di attualità e di futuro, e anche per celebri concerti che hanno lanciato i cantautori nazionali, o grandi spettacoli dove si ascoltavano orchestre che venivano quasi sempre dai paesi dell'Est».

In una società dove i fermenti giovanili mettevano in discussione i valori tradizionali, dove il terrorismo faceva scorrere sangue impaurito, dove i rapporti con i Paesi esteri erano delicati, nella nuova società dei consumi, le feste dell’Unità si aprono a dibattiti, riflessioni per orientare, coinvolgere e formare non solo i militanti, ma gli esterni senza tessera.
Del resto, il libro Falce e tortello si apre con una citazione di Alberto Moravia: «I Festival de l’Unità hanno il vantaggio di combinare in sé tre idee base: quella della festa cattolica, quella del Soviet e quella del mercato».

Ma la società è cambiata e con essa le categorie novecentesche; i partiti di massa hanno perso gradualmente riconoscimento, appartenenza.
Non c’è più il giornale l’Unità e con esso le feste: «Oggi si parla di movimento e non di partito come se fosse un concetto superato – evidenza Anna Tonelli – Senza retorica, bisognerebbe ridare un valore forte alla parola politica ora che è tutto anti-: politica significa formazione, competenza, educazione ai valori civici. Benissimo i dibattiti e i festival di oggi, ma bisogna ripartire dalle idee, altrimenti sono solo titoli per Twitter e Facebook».

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