La lezione del festival di Mestre: «Ascolto e confronto. Con tutti»

Intervista a Nicola Pellicani, segretario dell'omonima fondazione e direttore del Festival della politica di Mestre. L'ottava edizione ha registrato oltre 35 mila presenze nei cinque giorni di eventi di settembre. Parlare di politica nelle piazze è ancora possibile...basta non invitare politici.

La lezione del festival di Mestre: «Ascolto e confronto. Con tutti»

Cinque giorni di dibattiti, oltre 35 mila presenze a riempire Mestre per ascoltare temi di attualità e di futuro. Del proprio futuro.
L’ottava edizione del Festival della politica, organizzato dalla Fondazione Gianni Pellicani dal 5 al 9 settembre, è anche quella dei numeri record per affollamento di piazze, teatri e spazi culturali. Tutti esauriti alcuni momenti significativi come la conversazione tra Massimo Cacciari e Ilvo Diamanti o lo spettacolo di Ascanio Celestini.
E poi ancora Marco Damilano, Ezio Mauro, Massimo Teodori, Giovanni Floris, Tiziana Ferrario; non ci sono politici per parlare di “Democrazia e populismi”, tema dell’evento, ed è una scelta solo all'apparenza paradossale.

Numeri e coinvolgimento da metterci per sempre la firma, dice Nicola Pellicani, segretario della Fondazione e direttore del Festival della politica. Settemila spettatori di media al giorno, quindi si possono ancora riempire le piazze per parlare di politica e per confrontarsi?

«Nonostante mille sforzi siamo contenti perché il risultato è andato oltre ogni aspettativa: il quadro generale è cambiato rispetto al passato, mentre noi manteniamo il nostro format che è quello di affrontare le tematiche in modo serio e approfondito, lasciando ad altri polemiche e luoghi comuni, parlando di merito con alcuni tra i principali protagonisti della vita culturale italiana, con un piglio non demagogico o scolastico. La chiave del successo del nostro festival è che i temi così trattati interessano i cittadini, che hanno voglia di capire e comprendere le trasformazioni del nostro Paese e del mondo: da un paio di anni siamo al centro di processi ancora in cerca di assestamento, c’è uno smarrimento diffuso che non riguarda solo il centrosinistra italiano, ma tutti i cittadini. Noi non replichiamo i talk show, quelli sterili che vediamo in televisione. E ci teniamo a riempire gli spazi di Mestre: dal museo M9 che finalmente sta per aprire al teatro Toniolo, oltre a piazza Ferretto».

Era dai comizi degli anni Settanta-Ottanta che non si vedeva piazza Ferretto così gremita.

«Qui gli operai, quando le fabbriche di Porto Marghera avevano 30 mila lavoratori, concludevano le loro manifestazioni, ma anche la sinistra organizzava in questa sede i propri eventi. Il mondo è cambiato, ma vedere la piazza piena è una boccata d'ossigeno perché vuol dire che c’è ancora partecipazione democratica. Noi vorremmo crescere, ma al tempo stesso restare una nicchia, un motore per animare la città, far girare l’economia. Penso agli alberghi, agli esercizi pubblici, alle attività economiche collaterali».

Partecipazione democratica, guardarsi negli occhi, “prendersi per mano” uscendo dal mondo virtuale. L’aggregazione politica, allora, non si misura solo in like e consenso social. È necessario però, guardando ai partiti, ripensare a nuovi modelli?

«Iniziative come queste dimostrano come ci sia un grande bisogno da parte delle persone di trovare riferimenti e chiavi di lettura dei tempi che cambiano nella politica e nelle trasformazioni sociali che sono in atto. Ma al contempo si mette in luce lo stato di crisi, ormai evidente, dei partiti e dei movimenti: fanno fatica a creare partecipazione, ad aggregare attorno a progetti, programmi e persone perché perpetuano – penso in particolare alla sinistra – modelli desueti, si va avanti con modelli di partecipazione obsoleti perché il web ha spazzato quello che c'era prima. E insisto nuovamente sulla partecipazione, perché il Movimento 5 Stelle della tanto declamata democrazia diretta si sta dimostrando una democrazia dall'alto, stanno venendo meno i corpi intermedi, sono in crisi i rappresentanti delle categorie sindacali, economiche, ci sono sempre meno iscritti. E poi c’è chi sta sperimentando un modello alla lunga pericoloso come l’attuale Lega, che trae consensi tra confusione e smarrimento, mentre in Italia non abbiamo prodotto un'alternativa realmente democratica».

I partiti non sono in grado di interpretare lo stato dei tempi, i circoli si svuotano e rimangono quasi esclusivamente capelli bianchi, la militanza è un concetto ingiallito e differente rispetto a 40 anni fa, le feste di partito seguono un fisiologico appassimento. Se i cittadini sono stanchi di sentire orazioni, iniziative come la vostra possono farli ritornare a vivere concretamente la politica?

«Le feste dei partiti danno sempre più l’impressione di talk show, come quelli che potremmo vedere nel salotto di Bruno Vespa, mentre in questo contesto le persone hanno bisogno di momenti di riflessioni trasversali, ampi, laici. Ecco perché abbiamo invitato pensatori di varie correnti politiche: non bisogna aver paura del confronto, anzi è essenziale per avere una visione complessiva dei fenomeni, senza paura di ascoltare chi la pensa diversamente da noi. Il Festival della politica è coraggioso e va difeso perché così si difende la libera espressione: nostra e di tutti».

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