La politica? Ora è un festival

L'autoreferenzialità dei partiti e l'incapacità di reggere l'urto con il nuovo hanno incancrenito la politica e, di riflesso, i comizi e le feste. Così il dibattito critico, costruttivo, entusiasmante non è più appannaggio degli appuntamenti estivi storici e le piazze rimaste vuote vengono sempre più spesso riempite dai festival della politica, come quello di Mestre, che provano ricostruire il sapere e la curiosità dei cittadini.

La politica? Ora è un festival

«Non ti fare fregare dalla nostalgia», diceva alla stazione dei treni il cieco Antonio al piccolo Salvatore, tenendo il suo capo tra le mani, prima della partenza che l’avrebbe per sempre portato lontano dalla sua terra siciliana.
È una scena del film Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore; non usava esattamente il verbo fregare, ma il senso che si deve avere al cospetto del sentimento nostalgico è quello: non lasciarsi prendere dalla malinconia. Non indietreggiare.

È  lo stesso atteggiamento che si deve avere quando si parla della politica d'un tempo, delle feste dei partiti che riempivano a macchia di leopardo l’Italia intera tra gli ultimi giorni d’agosto e i primi di settembre.
A cominciare dal “gigantismo” della Festa dell’Unità che era cibo, cultura, musica, volontariato, ma anche politica fatta di confronto, di dibattiti, di ragazzi che volevano ascoltare quello che si diceva sui palchi. 

Non solo orazioni passive, ma una massa critica attiva, consapevole.
Anche senza il giornale l’Unità, la festa di quel che rimane della sinistra continua ad avere lo stesso nome, sbiadito come le battaglie che si facevano tra partiti a colpi di bevande, pasti e tombole: nell’agosto 2017, in uno scenario che oggi sembra già passato remoto, Matteo Renzi era il segretario del Partito democratico e teneva il comizio finale alla Festa nazionale del partito a Imola, mentre a un'ottantina di chilometri di distanza Beppe Grillo chiudeva la kermesse di Rimini del Movimento 5 Stelle.

E se alla festa di Milano, quest’anno, sono avanzati addirittura i panini, a Pisa, o meglio a Riglione, dopo mezzo secolo è saltato l’appuntamento fisso per i militanti di sinistra, un baluardo rosso che forniva 600 pasti al giorno. Non c’è nostalgia, ma stanchezza tra le file dei tesserati del circolo pisano: «siamo stanchi di un partito autoreferenziale» chiosano.

L’esito del volo del 4 marzo pesa come un macigno, ma è l’autoreferenzialità ad aver incancrenito la politica, quella delle piazze piene, dello stare assieme e dei simbolismi.

Perché il senso di una grande festa popolare conciliava con i grandi dibattiti politici: la minaccia nucleare, la storia del movimento operaio, che futuro aspettarsi all’interno della cortina di ferro. E sul palco salivano Enrico Berlinguer, Giorgio Amendola, Gian Carlo Pajetta, Emanuele Macaluso. Ma senza mitizzare la festa del Partito comunista, anche negli anni recenti – anche alla Festa Tricolore della destra – c’è stato spazio per il confronto con esponenti di altri colori, come per esempio Pierluigi Bersani.

Si sono svuotate le piazze perché è mutato il rapporto cittadino-politico, perché il pensiero viaggia comodamente in rete, seduti sul divano, perché non è festa se non c’è nulla da festeggiare, ma anche perché i partiti guidati da leader autoreferenziali, mentre si specchiavano narcisisti, non hanno saputo rinnovarsi, tenere saldi i legami sul territorio, pensando al nuovo nonostante l’eclissi dei movimenti "di massa”.
Così l’agorà, che in greco antico significa raccogliere e radunare, e rimanda alla piazza principale della polis greca, se la prendono i festival, quelli politici. Anzi, meglio se si fanno senza la presenza di esponenti politici.

Come il Festival della politica di Mestre, organizzato dalla Fondazione Pellicani, che ha chiuso l’ottava edizione con 35 mila presenze suddivise in cinque giorni di eventi.
Proprio in piazza Ferretto, dove un tempo lo stesso numero lo si raggiungeva mettendo assieme tutti gli operai delle industrie limitrofe, altare di comizi e di manifestazioni. Filosofi, economisti, giornalisti, sociologi e politologi, lectio magistralis per formulare un pensiero politico, riflettendo e discutendo al di fuori di stereotipi e luoghi comuni. Al di là di salottini e monologhi.

Ci provano loro con finanziamenti irrisori per lo spessore delle tematiche trattate, vorrebbero ospitare pensatori internazionali ma il cachet pesa; ci provano perché le persone vogliono ascoltare, capire, allontanandosi dal trambusto social/asociale.
Ci provano a ricucire lo strappo tra cultura e politica, proponendo ragionamenti trasversali alla politica stessa. C’è Festivalfilosofia di Modena, Carpi, Sassuolo che quest’anno ha registrato 180 mila presenze; il Festival dell’Economia a Trento; Festivalletteratura, a Mantova dal 1997 con i suoi appuntamenti di narrazione internazionale, poesia, educazione alla bellezza; Pordenonelegge che si domanda se nonostante l’istantaneità della comunicazione e l’accelerazione dei cicli economici, sia rimasto un po’ di spazio per la lettura critica e approfondita.

E l’effervescenza che si respira nei vicoli di Ferrara durante il primo weeken di di ottobre con il Festival del settimanale Internazionale, inebria sia relatori (quasi tutti giornalisti stranieri) che appassionati. Passione sì, non c’è spazio per la nostalgia o per vecchi modelli. Anche perché la stazione di Lascari, dov’è stata girata quella scena del film Nuovo Cinema Paradiso, l’hanno soppressa nel 2016.

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Parole chiave: feste di partiti (1), nostalgia (1), Toniolo (10), festival (37)
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