Popolo, populismo, popolocrazia

Massimo Cacciari e Ilvo Diamanti, al Festival della politica, parlano di “popolocrazia”. Neologismo che nasconde una concreta preoccupazione: la mancanza di luoghi d'aggregazione sociale per parlare di politica e la sua crescente virtualizzazione sono due degli ingredienti alla base dei fenomeni politici del nostro tempo.

Popolo, populismo, popolocrazia

«In questi anni, i partiti di sinistra hanno introiettato una subalternità culturale, dando per buono ciò che veniva dalla globalizzazione, senza contrastare, dubitare o curarsi di adeguarlo all’Italia. E vale anche per i modelli organizzativi: abbiamo pensato “ma che vecchiezza i partiti di una volta, con le sezioni, andiamo alla ricerca del leader”. È Prodi? È Veltroni? Ma sì, applausi, perché lo abbiamo scelto con le primarie. Certo sappiamo le tendenze del mondo contemporaneo, ma creano conflitti e non possiamo solo accettarlo. Parliamo delle forme di lavoro autonomo? Ma se il 99 per cento è più dipendente di un operaio di 30 anni fa... E devo difenderlo, devo sindacalizzarlo, devo metterli insieme perché non si trovano spontaneamente insieme come gli operai del Petrochimico che ogni giorno si vedevano e diventavano società. Ma quindi è impossibile? No, se ce’è un partito e una forza organizzata che li fa stare assieme, si sta assieme anche qui, nelle piazze».

È un fiume logico straripante, che parte da lontano e arriva al centro di Mestre dove Massimo Cacciari, assieme a Ilvo Diamanti, parlano di “popolocrazia” (nome dell’ultimo libro di Diamanti) con un postulato chiaro: la mancanza di concreta aggregazione sociale per parlare di politica e la sua crescente virtualizzazione sono alla base dei fenomeni politici del nostro tempo.

Perché viviamo nell’era della popolocrazia, per l’appunto, che va al di là del populismo, o meglio significa che il populismo è all’interno della nostra democrazia: «Vuoi vincere le elezioni? Devi adottare degli stili e dei linguaggi populisti – dice, perentorio, Ilvo Diamanti – Bisogna parlare come gli altri, spararle grosse, altrimenti si è fuori. Pur non andando al potere i populisti hanno la capacità di influenzare il potere, soprattutto in questo momento dove la storia è a un bivio».

La dinamica politica è diventata elementare: il popolo contro le élite, quelli in basso contro quelli in alto. Ma il popolo cos’è?
«L’avete mai incontrato o visto?», domanda Cacciari al pubblico. È formato da individui soli, ognuno va per sé, oggi i corpi intermedi si sono sgretolati e con loro il senso di appartenenza e di rappresentanza. In sostanza, tutto ciò che non ha la delega diretta del popolo non vale.
Ogni ruolo senza questa legittimità è sfasciato: «Un magistrato mica è eletto dal popolo, e dunque non conta nulla – continua incalzante Massimo Cacciari – Si può, allora, pensare a un sistema politico sorretto dall’autogoverno degli individui? È la strada maestra verso la fine di ogni democrazia partecipata, ma non della democrazia in sé perché questi individui, davanti al loro pc, cliccano, votano, rispondono a qualcuno che pone le domande. Dal punto di vista logico avviene così, ma ci piace?».

Ilvo Diamanti ricorda un’indagine condotta da Tito Boeri sull’indice di rappresentanza in relazione al populismo e la proporzionalità è lampante: più un cittadino si iscrive a organizzazioni, gruppi di interesse, più si sente coinvolto in una realtà di categoria, minore è la tendenza a derive populiste.

Il populismo cresce, insomma, quando calano le mediazioni, quando si allungano le distanze sociali.
Ne nasce una democrazia dis-intermediata: «Quanto più tempo sei sui social, tanto ti senti sfiduciato; tanto più sei solo, tanto più hai paura – osserva l’autore del libro scritto assieme a Marc Lazar – Così si costruisce il popolo, partendo dalla massa di individui: perché il demos, il principio della cittadinanza, titolare di diritti e doveri, tende a venire ridefinito in popolo. Comunità indistinta, unita dai confini e dai nemici, avversi verso le burocrazie, gli stranieri, la casta, l’establishment, l’Europa».

Il web, i social network e i messaggi politici che passano sulla rete hanno accelerato la spaccatura di tutto quello che c’era nel mezzo: la diffusa accessibilità di informazioni e di utenti, all’inizio salutata come la realizzazione della democrazia e delle opportunità per tutti, sta mostrando i limiti di un sistema che può portare consensi – a pagamento, naturalmente – investendo sulla manipolazione di massa. E il poter essere ovunque in qualsiasi momento ha creato paradossi nei singoli individui e nel senso di partecipazione.

Certamente il rifiuto aprioristico delle nuove tecnologie creerebbe solo ulteriori danni, specie in un paese come l’Italia dove in realtà è essenziale riattivare i canali di comunicazione tra differenti generazioni dove uno è stimolo, l’altro è insegnamento.
Una società sana, in questo contesto, ritrova così le armonie smarrite e la rappresentanza: «I social non possono essere strumenti per sostituire la partecipazione democratica – è la chiusura del filosofo Cacciari – Nel populismo il mezzo tecnico cessa di essere mezzo e diventa funzione fondamentale per trasmettere i tuoi diritti. Non ci può essere solo questo, si deve stare assieme, altrimenti non c’è forma di partecipazione democratica. Si rimane individui soli».

Copyright Difesa del popolo (Tutti i diritti riservati)