Il web, certo. Ma servono anche le piazze

Quelle del marzo 2018 sono state le elezioni più social di sempre. I partiti e i leader politici, complice anche il taglio del finanziamento pubblico, hanno dirottato le campagne sul web, dove però il consenso non si traduce immediatamente in voto.
In realtà, anche se i quotidiani cartacei continuano a perdere copie, la comunicazione politica per essere efficace deve saper equilibrare la rete con i vecchi media, soprattutto la tv, ancora largamente scelta dagli italiani quale mezzo di informazione per eccellenza.

Il web, certo. Ma servono anche le piazze

Il filosofo tedesco Friedrich Hegel sosteneva che il giornale fosse la preghiera del mattino dell'uomo moderno.
Se l’accezione del moderno deve necessariamente confrontarsi con l’evoluzione dei tempi, anche i gesti quotidiani sono radicalmente mutati al punto che, con l’occhio ancora pigro, tendiamo piuttosto a dare una rapida controllata a cosa è successo sui social, e nel mondo, dal nostro smarthpone.

E anche l’informazione politica, così come ogni aspetto che circonda l’uomo, è finita con l’adattarsi e percorrere nuove e promettenti strade.
Basti pensare alle ultime elezioni del marzo 2018, le più social di sempre: Facebook nelle settimane che precedevano il voto ha diffuso sulla homepage di 25 milioni di utenti italiani la finestra “Punti di vista”, un canale per orientare gli elettori attraverso informazioni su proposte dei partiti e programmi politici, confrontando la visione dei leader su macrotemi come giovani, immigrazione, disoccupazione. L'ordine di apparizione dei contenuti era casuale, per non influenzare la scelta.

Una campagna elettorale immersa nell’era digitale favorita da uno sviluppo impetuoso negli ultimi cinque anni della rete e delle infrastrutture
A certificarlo sono i dati della relazione di Agcom: nel 2013, solo il 50 per cento delle famiglie italiane aveva una connessione, ma a distanza di un lustro il divario si è quasi del tutto azzerato, tant’è che oggi il tema si è spostato sul versante della velocità di connessione tra banda larga e fibra. A questo si aggiungono i modelli intrinseci della comunicazione web, che coinvolgono sempre più un’estesa fascia della popolazione senza distinzioni anagrafiche: valori come la rapidità d’accesso, la flessibilità, l’abbattimento di barriere di spazio e di tempo e due fattori su tutti, la disintermediazione digitale e la personalizzazione dei palinsesti. 

I partiti, complice il taglio del finanziamento pubblico e un clima generale di sfiducia, hanno ridimensionato il budget per gli strumenti tradizionali di propaganda concentrandosi su campagne web mirate, grazie alle quali un utente – potenzialmente – può comunicare direttamente con il personaggio politico e ricevere anche una risposta.

Così che, come riporta “StartupItalia!”, dal primo gennaio 2018 tra Facebook, Twitter e pagine internet, gli italiani hanno pubblicato oltre cinque milioni di contenuti sul tema elezioni generando una mole imponente di conversazioni online sul futuro politico del Paese.

Significativo è il dato certificato dal Censis che testimonia l’allontanamento degli adulti dai quotidiani cartacei
Nel 2017 sono stati letti dal 27,5 per cento rispetto al 46,6 che si registrava nel 2012. Impietosi, inoltre, i volumi di vendita relativi al trimestre gennaio-marzo 2018 (precedenti e immediatamente successivi al voto del 4 marzo): le 63 testate italiane scelte come campione hanno venduto 212,3 milioni di copie: 17,5 milioni in meno rispetto al 2017 e addirittura 40,2 milioni in meno rispetto al 2016. E nel precedente biennio non c’era nemmeno stato un evento così trainante come la discussione politica sulla formazione di un nuovo governo.

Guai a trascurare la "vecchia" televisione

È una rivoluzione a portata di tasca, certo, anche se il vero strappo con i media tradizionali è lontano dal concretizzarsi perché per la maggior parte degli elettori italiani, i mezzi utilizzati per informarsi sulle scelte politiche sono ancora quelli della “vecchia scuola”. Uno su tutti: la televisione.

Il 66,3 per cento, secondo il sondaggio di Agcom, predilige tv, quotidiani e radio, con il tubo catodico a primeggiare nelle case di oltre la metà degli intervistati. Il web è dietro, al 34 per cento, e sulla rete contano più il ruolo dei social network e dei motori di ricerca che le fonti editoriali online. Meno ancora, solo l’8 per cento, si informa direttamente dai siti e blog dei partiti e movimenti.

L’analisi rileva ancora la centralità dei canali televisivi nazionali.
Pensiamo, del resto, a Matteo Salvini e Luigi Di Maio, leader di Lega e Movimento 5 Stelle, che hanno scelto il salotto di “Pomeriggio Cinque” di Barbara D’Urso per spiegare la fantomatica richiesta di impeachment del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Se la politica si gioca sempre meno nelle piazze, in giro per le città i manifesti e le affissioni perdono di efficacia e i social network, gli studi televisivi e talk show (assieme ai telegiornali) si sono trovati a essere i luoghi della contesa elettorale.

L’abilità della nuova generazione dei leader politici sta dunque, inevitabilmente, nella padronanza dei mezzi.
Sta nel saper equilibrare, in quest’epoca ancora di transizione, i differenti canali, cavalcando le opportunità e i vantaggi del nuovo senza perdere il vecchio elettorato: sono efficaci, per esempio, strategie di connessione tra luoghi fisici e rete, le dirette Facebook, su YouTube o su Instagram di interventi sul territorio o durante i comizi.

Perché l’assioma “un like, un voto” rischia di produrre un cortocircuito, questo sì intramontabile, che vale oggi come ieri: piazze (virtuali) piene, urne vuote.

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