Domenica di Pasqua *Domenica 17 aprile 2022

Luca 24, 13-35 

(Vangelo della messa vespertina)

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana,] due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Ritrovare coraggio di vivere nel pane donato da Gesù

«La sera di quello stesso giorno…».
L’ora della sera è quella della quiete, quella in cui si compone il vissuto della giornata; si riguardano gli incontri, si ripensa alle parole ascoltate e dette. L’ora della sera, in tanti casi, è solo un tempo in cui si cerca distrazione dal peso della giornata… Capiamoci: non è male vivere qualche distrazione; male è vivere e invecchiare senza imparare nulla di buono e di vero da quello che si è vissuto. L’ora della sera potrebbe essere l’ora del riposo, della soddisfazione, della serena contemplazione di quel che si è vissuto, del calore della compagnia e dell’affetto. Spesso però non è così, e proprio di sera, chiedendosi se è valsa la pena vivere certe esperienze, si prova solo delusione e stanchezza. In certe sere ci si guarda indietro, dentro, attorno e si cercano “somme” che spesso non vengono. E così, per molti il tempo della sera è un’ora di pesantezza, di disagio; è l’ora in cui ci si sente dire a voce bassa «non vorrei tornare a casa»; è l’ora in cui si sente la frustrazione di un certo modo inconcludente di stare nella vita.
L'esperienza mostra che è più facile scivolare nella lamentela e maledire silenziosamente la vita, piuttosto che imparare da quel che si vive il senso buono dell’esperienza. È più facile chiudersi in sé e vestirsi di rabbia solitaria, scappare da quello che non piace, farsi una doppia vita, identificare l’unica causa delle proprie delusioni in qualcuno o in qualcosa, piuttosto che fermarsi, guardarsi dentro e capire il motivo di quel che si vive, per provare a dare direzione diversa ai propri passi.

Clèopa e l’altro discepolo di Gesù stanno vivendo questa esperienza: «Quello che avevamo iniziato sembrava davvero una cosa bella, lo era… ma quelle stesse cose poi non sono andate come speravamo, come credevamo potessero andare… e ora è tutto finito, ed è finito davvero male. Ci siamo sbagliati, siamo stati ingenui a crederci». 
La vita ha in serbo (più o meno) per tutti questa esperienza: la sensazione di essersi ingannati, di non poter avere altre reazioni se non quella della tristezza nel volto, di non esserci altre possibilità di difenderci da ciò che fa soffrire che andarcene da Gerusalemme e fuggire.
Gesù conosce il cuore dell’uomo e sa che il primo modo di guarire non consiste nell’indicare la cura o banalizzare ciò che la persona vive, ma nel lasciare che la persona tenti di dare un nome a quel che vive.
Molto spesso una persona che prova stanchezza o delusione, prima di avere incoraggiamenti o correzioni sul modo vivere la propria fede o su come possa tornare a darsi da fare, ha bisogno di tempo per trovare parole capaci di descrivere il buio in cui si trova. Ha bisogno di trovare chi ascolta e sa stare in silenzio, ha bisogno di sentirsi accolta e non provare giudizio o vergogna per quel che confida. 

È questo che Gesù fa con i suoi amici e discepoli. Lui non si presenta con soluzioni, ma con domande; cammina con il loro passo, si ferma quando si fermano, aspetta le risposte, ascolta attentamente le parole, non interrompe… e quando viene il momento, quando le persone hanno confidato il peso di quello che vivono, senza banalizzare quanto ascoltato e senza dar ragione alle scelte messe in atto, per prima cosa mette in guardia da un vizio che indurisce il cuore, quello di essere troppo centrati su di sé e di non lasciarsi mai interpellare da altri modi di vivere, quello di non imparare nulla da quel che accade di diverso rispetto alle proprie aspettative. Gesù aiuta i suoi amici a capire che scopo del vivere la fede non coincide con il vedere esauditi e realizzati i propri progetti, bisogni e desideri, ma nel trasformare la difficoltà in opportunità, nel non identificare la fatica che si prova nel vivere le proprie scelte, con il fallimento; nel non giudicare la bontà di quel che si è, che si fa, che si crede con i criteri dell’efficientismo o del successo mondano.

Gesù aiuta gli amici a leggere le cose della vita “da un punto di vista pasquale”: la piena bontà di una vita, il suo significato non coincide con il successo, ma quando, senza lasciarsi incattivire dalle delusioni, si impara a vincere il male reagendo con sincera cordialità e gentilezza, quando non si scappa davanti alle difficoltà ma si torna a far bene e con entusiasmo quel che si è iniziato e se ne aspetta il compimento.
Gesù ascolta e parla, e poi spezza il pane con i due discepoli di Emmaus...
Sì, bisogna fermarsi, nutrire la vita di confronto, di parole, di pensare diverso, ma è necessario anche mangiare, ecco cos’è l’eucaristia. Gesù offre la sua presenza: con la sua Parola suggerisce un modo diverso di interpretare la vita, così che non diventi o non rimanga solo pesantezza e delusione, e poi offre come nutrimento, come alimento, se stesso. Non si può vivere il cristianesimo senza eucaristia. «Chi mangia di me, vivrà per me», come me.

Dopo questo incontro con Gesù, dopo questa eucaristia vissuta nella sera della Pasqua, i due discepoli invertono la direzione dei passi: da delusi, arrabbiati e scoraggiati diventano capaci di vedere il bene e di annunciare una bontà nuova presente nella vita.
C’è bisogno di celebrare in questo modo le nostre messe: che siano, cioè, un tempo e un luogo in cui con autenticità e sincerità l’umano si lasci incontrare dal divino, un tempo e un luogo in cui ogni stanchezza e ogni fuga trovino comprensione e guarigione e ciascuno, dopo aver mangiato il pane che Gesù dona, ritrovi coraggio di vivere.

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