IV Domenica di Pasqua *Domenica 3 maggio 2020

Giovanni 10,1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Ascoltiamo il fischio del pastore

Un pomeriggio di fine luglio, durante un campo estivo sull’Altopiano. Eravamo in escursione e un improvviso temporale ci sorprese sulla via del ritorno, dove incontrammo un gregge di pecore che stava tranquillamente pascolando. Iniziavano i tuoni, sopra le nuvole cariche di pioggia; inutile affrettare il passo o correre, visto che eravamo ancora troppo lontani dalla casa che ci ospitava. Ci fermammo, animatori e ragazzi, a guardare il gregge: decine e decine e decine di pecore, un pastore, un paio di asini, e dei cani che giravano attorno, correndo e abbaiando. Ecco un tuono, subito un altro ancora, più convinto del precedente. Le pecore sembravano starsene tranquille. Il pastore si mosse e andò a mettersi sopra una piccola roccia, così che il gregge lo potesse vedere, lanciò alcuni fischi, ripetuti prolungati. I cani abbaiarono, correndo con entusiasmo attorno al gregge. In pochissimo tempo, lì sotto la pioggia, le pecore si misero attorno al pastore, stringendosi le une alle altre e tutte attorno a lui, piantando la testa le une sotto le gambe delle altre fino a far diventare del loro dorso un bianco tappeto. Anche i ragazzi, avendo visto come aveva fatto il pastore, si misero a fischiare, ma le pecore non ascoltarono la loro proposta. Continuava a piovere e noi cercammo rifugio nella malga vicina.

Bella l’immagine del gregge, è sempre molto evocativa, nostalgica. Tuttavia, a nessuno piace essere paragonato a una pecora: è un’immagine che richiama una persona dall’indole poco indipendente, con poca capacità nel formulare un pensiero personale, con scarsissima o inesistente capacità di scelta. Al di là di quel che ci richiama l’immagine del gregge, consideriamo che Gesù parla per immagini per aiutarci a capire ciò di cui abbiamo bisogno. E quest’immagine ci fa capire che abbiamo bisogno, non solo quando si è giovani ma in ogni età della vita, di essere conosciuti così come il pastore conosce le pecore. Tutti portiamo nel cuore il bisogno di essere qualcuno per qualcuno, il bisogno di non essere conosciuti solo per sentito dire ma per esperienza personale. Tutti abbiamo bisogno di sentirci guardati senza riconoscere negli occhi di chi ci guarda sufficienza, giudizio, finto interessamento. In ogni età della vita – lo ripeto – e qualsiasi sia la nostra condizione, abbiamo bisogno di sentirci chiamati per nome e voluti bene, amati. Questo fa differenza e rende veri i rapporti, questo modo vince le paure, le diffidenze e gli imbarazzi. Gesù fa così e cosi vive le sue relazioni: conosce e chiama ciascuno per nome, come fa il pastore con le pecore.

Ma, perché... seguire il pastore? Non viene il tempo in cui posso o potrò decidere da solo la strada da percorrere e il posto dove andare? Sì, certo si può fare anche così: tantissime persone lo fanno. Alcuni per una sciocca forma di orgoglio; altri, la maggioranza, perché non hanno trovato nutrimento in quanto è stato loro proposto nel vivere la fede. C’è anche da dire che questa scelta, quella di vivere senza una buona guida, o di far solo di sé la propria guida, non ha prodotto e non produce – a mio parere – piena serenità, direzione di vita, solidarietà e bontà sociale. Anzi, la vita s’è trovata più inquinata e impoverita. Per questo è importante, anche da adulti e soprattutto da adulti, continuare ad avere una buona guida. È importante essere attenti alla qualità del pascolo con cui nutriamo i pensieri, i cuori, le scelte, le parole, le nostre anime. Non tutto quello che piace nutre. Non tutto quel che nutre piace. Per questo, crescere vuol dire anche scegliere e imparare a gustare quello che nutre.

E quindi? Quindi credo che tocchi a noi dare il buon esempio: scegliere una buona guida che sappia dare, con l’esempio, giusta direzione al vivere quotidiano. E come fare questo? Tornando a metterci in ascolto di Gesù. Non c’è nessun altro al di fuori di lui e del suo Vangelo che sia in grado di tracciare un buon cammino. Nessuna idea, proposta, esperienza, conoscenza, percorso potrà mai saziare la nostra fame interiore, se in qualche modo non rivela e non fa fare esperienza di ciò che il vangelo dice.
Ma come si può distinguere se la proposta è buona, se sto compiendo un buon cammino? Come posso riconoscere se sto vivendo bene la fede?
Gesù dice che chi segue lui “troverà pascolo”, cioè nutrimento, forza, consistenza, capacità di stare in piedi e di andare lontano, possibilità di crescere e diventare se stesso. Vivere la fede è questo: ricevere vita e riceverla in abbondanza. Se così non è, allora non è fede.

Oggi non abbiamo bisogno di chi ci dice quel che si deve fare: di questa gente piena di verità e ragione non se ne fa niente, anche se purtroppo ogni generazione ne va in cerca. Abbiamo bisogno di persone che ci mostrino e suggeriscano come scegliere quel che dona vita, persone che con la loro vita, e al di là delle mode del momento, testimonino cosa vuol dire “avere vita in abbondanza”. Abbiamo bisogno di modi di stare e di parlare, di preghiere, di celebrazioni, di esperienze, di modi di far catechismo, di predicazioni, di sagre e feste patronali, di musiche, di letture, di modo di lavorare, di vivere gli affetti egli incontri, di sorridere, di vivere le amicizie, di modi di stare nel dolore o di vivere la solidarietà, di vivere il matrimonio, di proporre la scuola, di stringere le mani, di far regali, di uomini e di donne che portino vita e che facciano crescere la vita in abbondanza. Non è bella una fede vissuta così? E chi sarà così se non noi che diciamo di credere? Questo modo di essere non si può recitare, non si improvvisa: si impara, si costruisce pian piano. Un po’ come fa una pecora che impara a riconoscere il fischio del pastore, la sua voce, a forza di stare con lui, fidandosi di lui. 

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