Santissima Trinità *Domenia 30 maggio 2021

Matteo 28, 16-20

Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Signore, aumenta e purifica la nostra fede

Qualche settimana fa, mentre camminavo sotto i portici, mi sono sentito chiamare da una ragazza che frequentava il corso di religione della scuola in cui insegnavo in passato. Mi è subito tornata in mente: era una ragazza dai modi pacati, quasi anonimi e attenta a quanto si diceva o si tentava di fare in classe. Non ricordavo nessun particolare intervento da parte sua, non primeggiava nella battuta, e neanche nell’esporsi. Promossa ogni anno, ma sempre arrancando in qualche materia, insomma: una ragazza semplice, un po’ incerta e apparentemente poco fiduciosa nelle proprie capacità…
Mi si presentava dinanzi con due ragazzi accanto a lei, i suoi figli, e dopo avermi raccontato del suo lavoro all’ospedale e delle responsabilità lì esercitate, del suo stare bene con la sua famiglia, mi sono accorto che in tutto il dialogo mi aveva dispensato larghi sorrisi che mi avevano davvero rallegrato nel ritrovarla bella di propria vita e forte.  
Negli anni ho incontrato altri ragazzi che ricordavo poco diligenti, quasi per niente dediti allo studio, vivaci, fuori dalle righe, un po’ inconcludenti, rompiscatole, ma intraprendenti, curiosi, sinceri… 
A differenza di tanti altri loro compagni, che avevano concluso gli studi con ottimi voti, alcuni di questi non hanno terminato l’università ma hanno avuto il coraggio di provare, di iniziare qualcosa di nuovo… alcuni anche in esperienze lavorative all’avanguardia, e sono riusciti e sono contenti.
Non è bene improvvisare, è meglio essere preparati, studiare e acquisire competenze, ma se uno aspetta di aver imparato tutto quello che crede gli possa servire, non inizia mai. È vero che gli esami non finiscono mai, ma a un certo punto bisogna trovare il coraggio, provare a mettere il piede per terra, iniziare, buttarsi… e poi provare e riprovare in continuazione per correggere e migliorare quello che si fa. «Si impara facendo» è un motto scout che può diventare una buona legge di vita.

Guardo alla squadra che Gesù si era scelto: non proprio delle eccellenze. Il Vangelo, fino alle ultime righe, non nasconde che il modo di essere degli apostoli rimane segnato non solo da impreparazioni, ma anche da profonde ambiguità.
«Andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono».
Si prostrano, ma dubitano: apparentemente lo riconoscono Signore, ma nel loro cuore c’è il dubbio. Si comportano come se credessero, ma nell’intimo non credono. Perché?
Perché gli apostoli, come noi, sono impastati dal desiderio di credere e al contempo dal timore di prendere come punto di riferimento ciò che la fede afferma. Vedono Gesù risorto, ma temono il dover percorrere il suo stesso cammino, quello che lo ha fatto giungere alla risurrezione. Si crede che il perdono sia un valore, ma si sceglie di starsene chiusi nel risentimento. Si crede che il cristianesimo sia la riposta a ciò che cerchiamo, ma quello che propone sembra noioso o ci imbarazza dire che tentiamo di essere cristiani.
Dentro a ciascuno di noi c’è, e finché viviamo continuerà a esserci, un impasto di credente e non credente: esternamente ci si prostra e si adora, ma nella propria interiorità si continua a dubitare.

E Gesù che fa? Gesù non aspetta che i suoi amici migliorino, che si facciano perfetti, che diventino “studenti modello” dai voti belli, che tornino a essere dodici, ma li manda così, come sono, a numero ridotto, mezzo dubbiosi e mezzo credenti: li manda a provare, a vivere e annunciare il Vangelo. Rimarranno forse sempre un po’ dubbiosi… e proprio questa esperienza farà loro capire come si insegna meglio quello che ancora non si è imparato; con il tempo anche loro scopriranno che il segreto per essere buoni maestri sta nell’essere consapevoli di come non si sia mai diventati abbastanza ciò che si crede e si proclama, che non si vive con piena coerenza ciò che si indica agli altri come valore e che quindi si rimane sempre discepoli, gente che ha sempre la possibilità di migliorare.

 Gesù chiede ai suoi amici di “fare discepoli”. Gli uomini e le donne del nostro tempo – nei tempi passati ma in particolar modo, adesso – non diventano discepoli per tradizione, per nascita, per obbligo… lo diventano quando nella vita incontrano qualcuno che vive in modo forte e significativo ciò che proclama. Parlo di persone, uomini e donne, preti, religiosi, giovani che testimoniano come sia diventata la loro vita da quando hanno iniziato a vivere la fede come amicizia con il Signore.

Gesù manda a far discepoli e a battezzare, a immergere cioè l’umanità nella vita di Dio, che si presenta come relazione-che-salva: Padre, Figlio, Spirito Santo. Ogni battesimo è risposta al desiderio di vita che abbiamo, è promessa di amicizia da parte di Dio, è dono che orienta la vita a un modo di essere più simile a quello di Dio.

Questo Vangelo è stato scelto per la domenica in cui la liturgia invita a incontrarci con il mistero della Santissima Trinità. Ribadisco quello che altre volte ho scritto: la parola mistero non intende dire ciò che non si conosce, ma ciò che non si finisce mai di incontrare, di conoscere, di sperimentare. E insieme a questo mi permetto di ricordare che la parola Trinità non esiste nella Scrittura, ma è un nostro modo per tentare di esprimere chi è Dio per noi.
Chi è Dio? Quante cose sono state dette e fatte nel tentativo di rispondere a questa domanda; quante buone, nobili, utili e quante disgustose, violente, sanguinarie sono state fatte e si fanno nel tentativo di affermare come unica e vera la propria risposta a questa domanda.
Personalmente preferisco pensare che solo Dio conosca la giusta risposta. Ma, allora, come annunciare Dio? Come annunciare chi è il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo? Come dire che la nostra fede appartiene alla Verità e che è buona, vera e bella?
Cerco la risposta in una parola di Gesù: «Dai loro frutti li riconoscerete».
Chi dice di credere in Dio deve comportarsi come lui s’è comportato. Se il mio modo di credere non fa di me una persona che cerca il bene in ciascuno, una persona che cerca di stare in relazione vitale con tutti, se il modo di fare non porta un po’ di vita soprattutto quando la vita si fa difficile, allora quello che annuncio è solo fiato, e non conta niente.

Signore, aumenta e purifica la nostra fede.
Donaci di capire che il miglior modo per scoprire chi sei è vivere ciò che ci hai detto e fare ciò che hai fatto. Tu ci hai promesso di essere sempre con noi, ogni giorno: ravviva anche in questi giorni il nostro modo di vivere la fede, mettilo a servizio dei bisogni di questo tempo e fa’ della nostra presenza un segno di te, così che chi non crede vedendo la vita dei credenti possa diventare tuo discepolo e amico e aprirsi alla speranza di un mondo nuovo.

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