Solennità di san Prosdocimo, protovescovo *Domenica 7 Novembre

Matteo 28, 16-20

Solennità  di san Prosdocimo, protovescovo *Domenica 7 Novembre

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Il Vangelo si diffonde nellʼordinario

La nostra Chiesa diocesana celebra con gratitudine il ricordo del suo primo vescovo santo: Prosdocimo. Di lui sappiamo molto poco. Il suo nome, di origine greca, potrebbe essere tradotto con “l’atteso” o “l’aspettato”. Quando giunse a Padova, un piccolo gruppo di cristiani – di cui la martire Giustina faceva parte – era già presente in città. Il suo servizio di pastore, grazie a un’autentica comunione con il Vangelo trasmesso dagli apostoli, portò nuovo impulso alla fede di quella piccola comunità, facendola crescere. La sua opera, di cui come detto rimangono scarsissime fonti, si può desumere sia stata generosa e prolungata, vista la presenza diffusa del culto a lui dedicato, non solo nella nostra Diocesi, ma anche in varie diocesi del Veneto.

C’è da dire che questo culto, nel corso dei secoli, si è via via affievolito lasciando il posto ad altre presenze, lontane o più recenti nel tempo, che hanno segnato la vita della città e della Diocesi: basti pensare a sant'Antonio o a san Leopoldo.

Prosdocimo, a differenza di altri, non è un “santo da miracoli”, un santo che abbia lasciato scritti pastorali, manuali di teologia da consultare, riflessioni spirituali, proposte pastorali da studiare nel corso dei secoli... Il nostro patrono è, come dire, un “santo ordinario”, e con questo modo “ordinario” ha comunque evangelizzato e lasciato un segno nei secoli.

In questo leggo un primo insegnamento che la sua festa ci propone: il vangelo si diffonde anche grazie all’impegno e alla testimonianza vissute nell’ordinarietà, nella semplicità, nella quotidianità della vita. Penso a tantissime persone dai modi umili che con costanza si sono prese cura e si prendono cura di altre persone, dell’educazione, dei bisogni che la vita ha presentato o imposto. Penso a tante persone che nelle famiglie, nelle comunità, nei luoghi di lavoro, nella vita quotidiana e ordinaria hanno seminato, curato, fatto crescere bontà, speranza, accoglienza, condivisione, vissuto il perdono e che vivendo in questo modo hanno permesso al Vangelo di radicarsi nella vita, nel territorio.

Credo che questo tempo, malato di narcisismo, pieno di palcoscenici e riflettori abbia bisogno di ritrovare il valore dell’impegno vissuto nell’ordinarietà della vita, senza identificare il frutto del proprio fare con l’arrivare primi, con l’essere notati e riconosciuti come leader.

La memoria di san Prosdocimo ci aiuta a ringraziare per il bene ricevuto da chi ci ha preceduto, per le innumerevoli generazioni di cristiani e di persone di buona volontà che hanno reso la vita delle nostre terre più bella, forte, leggera; per tutti gli atti di servizio, di promozione umana, di giustizia, di bontà; per tutte le opere che si sono compiute in nome del Vangelo, per le case di carità e di accoglienza, per l’attenzione ai poveri, per l’aiuto dato nel nome della misericordia; per ogni opera di promozione umana, per tutto ciò che nei secoli ha reso presente in questa terra la bontà del Signore  

Stiamo vivendo una stagione in cui vengono alla luce alcune profonde contraddizioni vissute per anni nella Chiesa. Quello che si era costruito di buono e valido, viene negato, calpestato, disprezzato dal comportamento di  alcune persone che per incarichi e vocazione, avrebbero dovuto essere di esempio.

Non si può negare il disorientamento che questi reiterati comportamenti procurano alla fede di tantissime persone, non si può negare come impoveriscano l’efficacia dell’annuncio. Il papa stesso, informato su quanto alcune inchieste svolte nella Chiesa di Francia hanno reso noto, a conclusione di una delle udienze generali, ha affermato che questo per la Chiesa è il tempo della vergogna: «Signore, tua la gloria e nostra la vergogna», e subito dopo ha anche detto che si tratta di una «prova dura ma salutare» che va affrontata, a cominciare dai cattolici francesi chiamati adesso ad «assumersi le loro responsabilità perché la Chiesa sia la casa sicura per tutti». 

L'esperienza insegna che nella Chiesa e fuori di essa ci sono stati (e ci saranno) scandali, contraddizioni, incoerenze che hanno frenato (e freneranno) la crescita del bene. 
Ai tempi di Prosdocimo, e così anche ai tempi degli apostoli, le nascenti comunità cristiane avranno sicuramente vissuto e saranno state ferite da difficoltà, contraddizioni, doppiezze, poca coerenza con quanto si annunciava… eppure non si sono lasciate vincere dal male.

Coerenza e testimonianza rimangono sempre due buone medicine e due buoni antidoti contro il veleno dello scandalo, ma purtroppo sembrano scarseggiare. E scarseggiano perché si smette di orientare la vita oltre a ciò che si è raggiunto e si smette di progredire, perché si confonde la fede con il saper dire cose di fede, perché ci si fa padroni e non servi di quel che si pensa di credere.

Per questo credo che il ricordo degli evangelizzatori passati sia sì gratitudine per il bene ricevuto, ma se questo non diventa stimolo per rinnovare l’annuncio che oggi siamo (sono) chiamato a vivere e a portare, alla fine diventa autocelebrazione, cosa che conta niente.  Ognuno degli evangelizzatori passati ha incarnato, proposto, tradotto nei modi di vivere, nel linguaggio, nella cultura, nei bisogni del proprio tempo lo spirito del Vangelo: ci ricordano che la fede non si trasmette ripetendo in continuazione quel che si è sempre fatto. L’annuncio si può rinnovare avendo l’umiltà e l’intelligenza di interrogarci se le proposte di catechesi, le iniziative pastorali, i modi di accompagnare il vissuto delle persone, i nostri linguaggi celebrativi e liturgici, il nostro modo di essere parlino o no al vissuto delle persone, se ne intercettino in profondità la vita, se comunichino o no il Vangelo.

Anche questo tempo ha bisogno di chi annunci il Vangelo, di chi abbia il coraggio di farlo, nonostante il dolore, la vergogna e la debolezza che gli scandali procurano, nonostante gli imbarazzi generati dalle incoerenze e dalle difficoltà.

Nel vangelo di questa domenica Gesù rivela ai suoi amici che per essere evangelizzatori non bisogna mai dimenticarsi di custodire la propria sorgente, di tornare in Galilea, lì dove tutto era cominciato, lì dove l’entusiasmo e la generosità erano sincere e nonostante possano rimanere sempre molti dubbi, da lì riprendere da lì il cammino. 

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