V Domenica di Pasqua *Domenica 15 maggio 2022

Giovanni 13, 31-33a.34-35

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Guarirai lasciandoti amare e amando

 

Nella vita di tutti i giorni, la tentazione di identificare la giustizia con la soddisfazione dei propri bisogni è presente in ciascuno di noi. Basta solo osservare come si reagisce quando si ha fretta, quando si ha bisogno di assistenza, quando si vive un disagio: ognuno ritiene, crede, pensa che la soddisfazione del proprio bisogno, di quelli della propria famiglia, della propria religione, del proprio gruppo… non solo permetta, ma giustifichi ogni atto e comportamento. Per difendersi dal disagio che viene dai comportamenti sbagliati di molti di noi, da più parti si invocano leggi che difendano e garantiscano la giustizia in modo sicuro ed efficace. A proposito di leggi: sembra che in Italia ci siano 111 mila atti normativi in vigore. Senza dubbio, una cifra del genere dovrebbe essere in grado di garantire una regolazione di tutti gli ambiti del vivere, e invece ogni giorno nel nostro paese vengono denunciati, e quindi commessi, oltre 6.600 reati: circa 277 ogni ora. Davanti a questo dato, qualcuno invoca pene più certe, più aspre, nel tentativo di far sì che chi sbaglia non continui a sbagliare. Non so se l’inasprimento delle pene funzioni, ma, a ben guardare, nei Paesi in cui le pene sono più severe, il crimine continua.
La legge è cosa buona e necessaria, ma nessuna legge ha in se stessa il potere di sconfiggere ciò che è male. La paura della punizione produce un cambiamento momentaneo. Quel che corregge e cambia in meglio la vita è stare in quel che si è scelto di fare o in ciò che c’è da fare, non per paura di un castigo, ma con un po’ di amore. Perché ci sia meno male nel mondo, perché la sofferenza e la violenza che il male produce si attenuino o smettano, più che inventarsi nuove leggi o continuare a inasprire le pene, è necessario che ogni giorno ciascuno corregga in se stesso quel che condanna negli altri.

Per spiegare meglio cosa intendo, condivido un ricordo. Al termine degli esami di terza media, mio padre diede per scontato che io passassi le vacanze estive andando a lavorare nella sua officina. Erano anni in cui si usava così: quasi tutti i ragazzi, durante l'estate, andavano a lavorare. Non avendo il coraggio di dirgli che il suo lavoro non mi piaceva e di deludere così le sue aspettative andai in officina. Di sicuro era consapevole del mio poco interesse per il suo lavoro, ma, essendo uomo di poche parole o non sapendo come parlarmi per aiutarmi a dare significato a quella esperienza, dava per scontato che le cose dovessero andare così, tanto più che spesso lo ripeteva che i giovani non avessero 
da oziare nel troppo tempo libero: di sicuro era cosa migliore abituarsi fin da ragazzi ad allenare la propria resistenza, mentale e fisica. 
Un po’ mi abituai e un po’ patii quel che dovevo fare. Di sicuro la mia competenza e il frutto del mio lavoro non erano eccezionali, ma cercavo di far bene quello che mi era detto di fare, cercando approvazione nello sguardo di mio padre. Qualche volta l’inesperienza, l’indolenza, la distrazione mi aiutavano a sbagliare, anche se raramente ero rimproverato.
In alcuni giorni particolarmente pesanti guardavo spesso il grande orologio appeso a una parete dell’officina, con la speranza che le ore passassero leggere e veloci. In uno di quei momenti in cui mi spostavo dalla macchina a cui lavoravo per vedere che ora fosse, sentii la voce di mio padre che, standomi dietro, mi consigliò: «Mettici un po’ di amore, in quel che fai, e vedrai che il tempo passerà veloce». Mi voltai, sentendo l’imbarazzo nel viso, e lo vidi, come sempre sudato, sporco di lavoro, con lo sguardo severo e un mezzo sorriso incoraggiante.

«Mettici un po’ di amore, di passione, di entusiasmo, di cura, di “sì, volentieri!”, di interesse, di generosità, di dedizione, di presenza, di ingegno, qualcosa di tuo in quel che fai, e vedrai che il tempo passerà veloce e farai meno fatica».
Quel che migliora la vita, prima ancora dell’intelligenza e della bontà della legge, prima ancora della paura della pena, è proprio quello che mi consigliò mio padre tanti anni fa.
Chi compie quel che fa, fosse anche la cosa più nobile e bella di questo mondo, solamente per dovere o per timore di un castigo o per ricevere qualche riconoscimento, alla fin fine, oltre che a vivere nell’invidia e nel vittimismo, si troverà a non essere mai contento di quel che fa, di quel che è, di quel che gli vien dato.

Gesù conosce il cuore, l’interiorità dell’uomo, e sa che le persone cambiano, guariscono solo quando si sentono amate e quando scelgono di amare, e così vive, riassume e riesprime i 613 precetti dell’ebraismo in un comandamento che chiama “nuovo” non perché aggiunto ai precedenti, ma perché indica una nuova via per custodire o ritrovare, animare e portare a compimento la bontà e il senso della vita. «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri».

Il modo di stare nella vita quotidiana, la storia delle persone, le difficoltà che si incontrano, la realtà che si vive, i figli che ci sono stati affidati, i mariti, le mogli, i coinquilini delle case in cui viviamo, i colleghi di lavoro non cambiano per decreto-legge, per paura di un castigo, per timore di reazioni violente… ma solo se ricevono amore e se imparano a dare amore. Allo stesso modo, il nostro tempo non migliora solamente a furia di accumulare leggi, di dare multe, di costruire carceri; l’odio che scatena le guerre non si placa e non si risolve a furia di bombardamenti. Le cose cambiano quando ognuno sceglie di vincere il dolore o quella paura di ciò che in sé non va bene, non dando concretezza alla rabbia dei pensieri, ma vivendo la bontà.
È un suggerimento ingenuo? Forse sì. Ma, mi chiedo: quale potrebbe essere una valida e fruttuosa alternativa a questo modo? Gli altri modi di reagire che abbiamo messo e sempre mettiamo in atto, cosa producono?
Gesù dice: «Tu amerai». Tu guarirai lasciandoti amare e amando. Questo rapporto faticoso guarirà solo con l’amore. Questo dolore smetterà di far male quando amerai. Per non essere avvelenato da quel che fa paura e rende cattivi, tristi, infelici mettiti a voler bene.
Gesù non ci ha promesso una via facile: questo modo di essere gli è costato la vita, ma gli ha dato di essere Vita che non finisce e che vivifica tutti.
«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri», a cominciare dal modo di rispondere, di guardarci, di accettarci come siamo e di accettare le persone come sono, lì dove la vita ci ha portato, con le persone con cui siamo e viviamo e fare la differenza, ricordandoci che amare è frutto di un esercizio che si sceglie ogni giorno.

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