Idee
C’è un nome che fino a pochi mesi fa era quasi sconosciuto al grande pubblico: Bundibugyo. È il nome di un distretto dell’Uganda occidentale, ma è anche quello di una variante del virus Ebola che sta seminando morte nel cuore dell’Africa. Da mesi, la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda fanno i conti con un’epidemia silenziosa ma feroce: oltre 350 casi confermati, 61 morti, e un tasso di mortalità tra il 30 e il 50 per cento. Il problema è che contro questo virus non esiste ancora nessun vaccino approvato. Nemmeno uno.
Bisogna sfatare un equivoco comune: Ebola non è un unico virus, ma una famiglia che comprende almeno quattro ceppi pericolosi per l’uomo. Il più noto è lo Zaire, responsabile delle grandi epidemie degli anni Novanta e della devastante crisi in Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, con oltre 11.000 morti. I due soli vaccini oggi disponibili proteggono solo da questo ceppo. Gli altri — Sudan, Tai Forest e Bundibugyo — sono stati a lungo considerati meno urgenti. Un errore che oggi si paga caro.
L’epicentro dell’epidemia si trova nella provincia dell’Ituri, nel nord-est del Congo: un territorio segnato da decenni di guerre, con centinaia di migliaia di sfollati e un sistema sanitario al collasso. Come spiega Rebecca Makinson, ricercatrice dell’Università di Oxford impegnata nello sviluppo del vaccino, «la situazione è piuttosto pericolosa in questo momento». Operare lì significa lavorare in condizioni precarie, con popolazioni diffidenti verso le istituzioni sanitarie — il che rende il tracciamento dei contagi ancora più difficile.
Ed è qui che entra in scena Oxford. La professoressa Teresa Lambe, tra le artefici del vaccino Oxford-AstraZeneca contro il Covid-19, guida insieme a Makinson la corsa a un vaccino contro il Bundibugyo. La piattaforma usata si chiama ChAdOx1: in parole semplici, un virus innocuo modificato che funge da “navicella” e insegna al sistema immunitario a riconoscere e combattere l’Ebola. È la stessa tecnologia del vaccino anti-Covid. «Stiamo costruendo su ciò che abbiamo già fatto», ha dichiarato Lambe. Questo bagaglio di esperienza consente di tagliare i tempi: si sa già come produrre quel vaccino, quali controlli applicare, come aumentare la produzione su larga scala.
Di norma un vaccino richiede anni di sviluppo sequenziale. Stavolta Oxford ha scelto di fare tutto in parallelo: test sugli animali, produzione dei lotti e preparazione dei trial clinici procedono simultaneamente. I lotti vengono prodotti in collaborazione con il Serum Institute of India, il più grande produttore di vaccini al mondo. L’obiettivo è avviare la sperimentazione sull’uomo entro uno o due mesi.
Va detto con onestà: il ChAdOx1 non è mai stato testato contro il Bundibugyo prima d’ora. I ricercatori si affidano all’esperienza maturata con virus simili — Sudan e Marburg — che suggerisce fortemente che funzionerà. Ma la certezza arriverà solo dai dati. «La domanda non è se siamo capaci di fare un vaccino», ha detto Lambe. «La domanda è se riusciremo a farlo abbastanza in fretta.»
Questa epidemia rivela una lacuna profonda nella preparazione globale alle pandemie. I vaccini esistono per lo Zaire, non per gli altri ceppi. Ogni volta che uno di essi riemerge, la scienza deve inseguire l’emergenza invece di anticiparla. Investire nella ricerca anche quando non ci sono focolai attivi vale infinitamente di più che correre ai ripari quando è già tardi.
Nel frattempo, nelle foreste dell’Ituri, operatori sanitari in tuta protettiva continuano il loro lavoro. Silenziosi, spesso in pericolo, sempre indispensabili. La scienza corre. E loro aspettano.