Idee | Pensiero Libero
L’accordo è senza dubbio fondamentale. L’ingresso ufficiale dei medici di medicina generale – altrimenti detti medici di famiglia o medici di base – nelle case della comunità era un tassello chiave di tutto il progetto: senza di loro, le 102 strutture presenti in Veneto (di cui 71 con almeno un servizio attivo) sarebbero rimaste ufficialmente scatole vuote. L’accordo che la Regione Veneto ha stretto con i maggiori sindacati della categoria lunedì scorso (pur arrivando sul filo di lana date le scadenze al 30 giugno legate al Pnrr) inizia a dare corpo alla sanità territoriale veneta del futuro, la cui centralità dovrebbe essere consapevolezza diffusa vista la crescita esponenziale delle patologie croniche legate all’invecchiamento della popolazione e degli effetti devastanti che il Covid ha prodotto in una Lombardia i cui presidi di base sono molto più rarefatti che da noi.
Che l’intesa fosse determinante lo ha dimostrato la presenza in prima persona alle trattative non solo del direttore generale della sanità veneta Giancarlo Ruscitti, ma anche dell’assessore alla Sanità Gino Gerosa e dello stesso presidente Alberto Stefani.
D’altronde le case di comunità – che per il nuovo governatore devono diventare lo snodo principale della sanità territoriale veneta – rappresenteranno prima di tutto un punto di riferimento per quei 30 mila cittadini che a oggi abitano in Regione ma non riescono ad avere un medico di medicina generale a causa della scarsità del personale sanitario e dei medici in particolare.
L’accordo annunciato sembra raccogliere soddisfazione sia sul versante politico – per moltissimi esponenti del centrodestra di governo a Venezia si tratta del conio di un vero e inedito “modello” nell’organizzazione sanitaria – e tuttavia prima di trarre le somme occorrerà leggerlo nei dettagli. La firma infatti ancora non c’è (almeno non al momento di andare in stampa). Potrebbe arrivare nell’arco di pochi giorni, per poi rendere operative le intese in parte da luglio, ma a regime da settembre. Sarà quindi in autunno che si comprenderà se e come le case di comunità si attiveranno, se si dimostreranno davvero capaci di entrare subito nel novero dei servizi al cittadino o se sarà necessario un rodaggio più o meno lungo.
Di fatto, sappiamo che i medici di medicina generale convenzionati con quota capitaria le terranno aperte dalle 8 alle 20 su base volontaria secondo una turnazione che garantirà l’apertura, mentre i medici operanti a regime orario opereranno in queste strutture per 38 ore settimanali, principalmente di notte e nei fine settimana. Ognuno di loro guadagnerà 60 euro lordi all’ora e se vorranno potranno lavorare nelle case di comunità per sei o dieci ore in più proprio per accogliere chi non ha il medico di famiglia o è uno studente o lavoratore fuori sede o ancora pazienti che hanno bisogno di una ricetta fuori dall’orario del proprio medico.
Più di un quotidiano locale, ha definito le case di comunità dei «maxi-ambulatori». E in effetti, a oggi, non sono altro che un luogo in cui si trova sempre un medico di famiglia dalle 8 alle 20. Di fatto ricalcano perfettamente le vecchie Utap (Unità Territoriali di Assistenza Primaria), sorte a macchia di leopardo già 25 anni fa in varie Ulss del Veneto. Oltre ai medici, c’erano gli infermieri e venivano garantiti ai cittadini servizi aggiuntivi (per esempio piccoli interventi come la rimozione dei punti di sutura). Che cosa serve dunque per far fare alle case di comunità un salto di qualità? La presenza al loro interno degli specialisti, almeno di quelli maggiormente consultati dai medici di medicina generale per l’ampia diffusione delle patologie di cui si occupano. Senza la loro presenza, sarà arduo raggiungere l’obiettivo che lo stesso assessore Gerosa indicava come centrale in questi giorni: alleggerire le strutture ospedaliere e in particolare i pronto soccorso. Senza competenze specifiche e una dotazione all’altezza, le case di comunità difficilmente faranno da filtro. Certo, trattandosi di “merce rara” la missione sarà tutt’altro che agevole.