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Sabato 20 giugno – dalle 10 nella chiesa parrocchiale di Saccolongo – si chiude, presieduta dal vescovo Claudio, l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità del Servo di Dio padre Daniele Hechich (1926-2009).
Molti si domandano perché continuare a proclamare beati e santi quando ne abbiamo già tanti. Lo abbiamo chiesto a padre Claudio Bratti, vice postulatore della causa: «La risposta è molto semplice: fine di ogni cristiano è la santità; essere santo vuole dire compiere con fedeltà la missione che Dio ci affida in questa vita. La Chiesa cattolica è un albero che deve produrre continuamente frutti di santità e deve dimostrarlo. Il Vangelo deve incarnarsi nelle diverse situazioni della vita delle persone umane. A padre Daniele il Signore ha concesso di vivere per 83 anni, dei quali 63 sono stati di vita religiosa come frate minore, 53 dei quali come sacerdote, celebrando quasi ogni giorno la messa. Ma il suo ministero sacerdotale lo esercitò soprattutto nel confessionale. Fu sempre ricercato per le sue doti di accoglienza dei penitenti, consigliava, consolava. Era stimato come guida spirituale».
Mentre era cooperatore parrocchiale a Treviso, nel 1958, durante un soggiorno con i giovani, si manifestarono i primi sintomi della malattia che lo avrebbe accompagnato fino alla morte: sclerosi multipla. Ancora padre Bratti: «Padre Daniele l’accolse come un dono di Dio per espiare i peccati del mondo e pregare per la santificazione del clero; in questo seguiva lo spirito del messaggio della Madonna a Fatima».
A Saccolongo – nella Casa Sacro Cuore – rimase per 28 anni curato da medici, frati e soprattutto da volontari. Il suo “letto-altare di sofferenza” durò 30 anni. «La sua testimonianza attirò molta gente, anche da lontano: andavano da lui per una parola di conforto, una benedizione, il perdono dei peccati. Cercò, nonostante i limiti della sua malattia, di essere utile fino all’ultimo momento. Aveva il dono della chiaroveggenza e si rese collaboratore per gesti straordinari che portarono molti alla fede. Consigliava a tutti, come faceva lui per primo di ricorrere all’aiuto della Madonna».
Circostanze queste, che vengono confermate anche da padre Vittorio Bellè, già vicario provinciale dei frati minori: «Sono stato con lui durante la sua malattia, mi pare si possano usare tre verbi: accogliere, ascoltare e aiutare, per riassumere la sua vita». Mirella Sgarabottolo di Saccolongo ha lavorato per 33 anni nella Casa Sacro Cuore: «Padre Daniele è stato una vita donata al Signore, un uomo di Dio che ha vissuto il Vangelo e nella sua sofferenza sapeva infondere forza e coraggio ai tanti che lo incontravano, non si è mai risparmiato, neanche nella difficoltà progressiva della malattia».