Nel tempo e nello spazio è entrato l’eterno, Dio è sceso a divenire carne senza poter essere condizionato né costretto a darsi; la sua azione ha mutato la realtà in modo tale che nulla dopo questo evento poteva restare immutato. Gesù di Nazareth, «uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni», il Crocifisso – sepolto cadavere tra i cadaveri – ha sconfitto la morte ed è ora il Vivente, risuscitato per opera dello Spirito dal Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Re d’Israele, il suo Padre, l’Abbà. Nella novità del suo corpo glorificato egli, che personalmente si è fatto incontro a testimoni, ha inaugurato «nel bel mezzo» della situazione umana una novità sconvolgente per cui niente e nessuno avrebbe più potuto essere indifferente al cospetto di una tale volontà ineffabilmente appassionata all’uomo. Proprio il Nazareno Signore, nella notte «in cui venne consegnato», prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi dicendo: «Questo è il mio corpo che è per voi». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice, fece eucharistia, lo diede loro dicendo: «Questo è il calice del sangue dell’alleanza che è versato per voi in remissione dei peccati. Eseguite questi gesti e parole in zikkarôn (memoriale) della mia persona».
Nessuna possibilità di ridimensionare riducendo o assolutizzando, regolarizzando o catturandone l’eccedenza; l’erompere di quegli eventi è stato talmente indisponibile che nulla può permettersi di manipolarli, farli entrare nella memoria umana o metterli in dipendenza da essa. È evidente che l’avvenimento cristologico ci consegna, consegnando-si in «gesti e parole», una ben diversa forma e modalità di azione di memoria: è appello che esige una risposta cui esso ci ha già resi abili, è l’opera di Dio testimoniata fin dall’evento di un popolo schiavo redento dalla schiavitù; la narrazione vissuta degli interventi del Signore, le vicende accadute per la nostra salvezza, il dono personale a noi partecipato del Mistero che egli è.
È il Signore, il Dio vivente, a far memoria. E celebrando, in obbedienza alla sua volontà, quell’evento anzitutto storico in zikkarôn di lui, cresce nei secoli con la comunità credente la consapevolezza profonda del senso universale che inabita l’azione rituale liturgica, memoriale del Nome al di sopra di ogni nome.
Istituito dal Signore Dio e tramandato di padre in figlio, nello zikkarôn l’unico consegnarsi di Dio per la nostra comunione con lui viene a rendersi presente: in mezzo a ciascun qui e ora, dinanzi a ogni persona, ai singoli nella comunità. È indefinito: un giorno, un intervallo di tempo, un oggetto… dello zikkarôn si può soltanto balbettare. Al suo cospetto l’uomo viene richiamato alla qualità, la realtà nella sua intensità; per benevolenza divina nella sacra liturgia quella storia altrimenti indisponibile si fa prossima nell’inviolabilità della propria differenza. E quanta cura ha il Pantocratore per stimare con insuperabile serietà ognuna delle creature coinvolte nella glorificazione di Lui! Spazio, tempo e persone sono resi partecipi senza che nessuna delle loro facoltà vada perduta.
L’accadere della Signoria che salva non è accomodante: l’agàpē, la carità divina venuta una volta per tutte viene a salvare. Nella sua promessa c’è il nostro impegno a farci «servi inutili» di quel Mistero.
Lo zikkarôn vibra della drammaticità di una storia di adesione e relazione: è quella del patto voluto dal Signore e da lui proposto al popolo libero, l’Alleanza stipulata nella libertà aperta dal riscatto di qualcuno che per primo ha fatto uscire dalla schiavitù; una reciproca appartenenza lasciatasi provare dall’infedeltà, corretta dalla giustizia che viene da un amore ineffabile.
Solo il Signore può attirare tutti a sé nell’evento della nostra riconciliazione con lui: per sua iniziativa quell’apice di discesa dell’eterno – il Mistero pasquale – si fa incontro alle condizioni di ogni situazione con discrezione.
Già la comunità di liberati poteva fare esperienza liturgica nello zikkarôn di quella Parola – dābâr – che, uscita, non ritorna se non dopo aver compiuto ciò per cui è stata mandata. E se questo avvenne nei tempi antichi, quanto più ultimamente il tre volte Santo accettò di legarsi a noi nella Persona del Crocifisso Risorto – che lo chiamava «Abbà» – per opera di quella promessa dotata della «garanzia divina» (R. Guardini) propria della dābâr personale di «Adonai Tzebaôt», il Dio dell’universo!
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