Idee
“Il nostro compito è accompagnare le nuove generazioni verso il futuro. Questa Maturità va decisamente in questa direzione: una scuola stimolante e nel contempo esigente, concreta, moderna, che forma persone libere e responsabili”.
Sono parole del ministro Giuseppe Valditara, che nei giorni scorsi ha commentato le tracce delle prove scritte dell’esame di Maturità in corso, sottolineando la scelta di mettere i saperi in relazione con la realtà e l’esperienza degli studenti, chiedendo loro non solo di ricordare e applicare, ma di comprendere e argomentare.
Per Valditara “ogni dettaglio è stato pensato per valorizzare conoscenze solide, ma anche esercitare la propria libertà di pensiero e capacità di confrontarsi con la complessità del mondo”.
In effetti lo scopo dell’esame finale del ciclo di studi è da sempre quello di mettere alla prova non solo conoscenze e competenze maturate negli anni di studio, ma soprattutto quello di “misurare” – per quanto possibile – la capacità sviluppata dagli allievi di confrontarsi col mondo. Per questo si parla di Maturità, piuttosto che del termine più tecnico di “esame di Stato”: in qualche modo si riassume così l’obiettivo finale della scuola, cioè favorire la crescita di uomini e cittadini, attraverso lo studio, la ricerca, il confronto e quanto più possiamo aggiungere relativamente ai metodi della scuola.
L’esame serve davvero? Non pochi sostengono che si tratti ormai di una ritualità superata, che non misura davvero le competenze richieste oggi – tra le altre il pensiero critico, la capacità di collaborazione fino all’uso consapevole della tecnologia – ma premia piuttosto memoria e una certa capacità funzionale di conformarsi alle richieste dall’esterno. Una prova, tra l’altro – spesso si sente dire – che finisce per non considerare il percorso complessivo degli studenti “schiacciati” dalla pressione dell’esame. C’è poi chi, inevitabilmente, rapporta i risultati della Maturità al mondo del lavoro: non serve, si sostiene.
Quest’ultima critica è forse la più semplice da contestare, ricordando che la scuola non può e non deve essere guardata con un’ottica funzionale, come se si trattasse prevalentemente di un percorso di avviamento ad una professione, preparazione all’inserimento nel mondo del lavoro. E’, questa, una tendenza di pensiero che circola da tempo, non solo in Italia.
La scuola però è altro e la Maturità, cioè un traguardo finale che assume anche il valore di un rito di passaggio, resta un pilastro importante. Anche, in particolare, come scoglio da superare.
Al di là, infatti, delle tante riflessioni che si possono fare, va considerata la dimensione dell’impegno e del timore rispetto a un momento di svolta e di giudizio. Non definitivo, certo, e attenuato da tutti i meccanismi conosciuti nei quali entrano in gioco i docenti di classe, la considerazione del percorso già fatto e via dicendo. Ma prepararsi all’esame, affrontare lo stress, misurarsi con la frustrazione e la fatica – curiosamente se ne è parlato proprio in una traccia della prima prova – è un’occasione di crescita. Preziosa anche perché oggi le giovani generazioni sono tante volte tenute al riparo da “spauracchi” del genere, col risultato – non di rado – di trovarsi in situazioni di fragilità estremamente problematiche.
Allora vale la pena di accompagnare i nostri studenti, tenendo loro metaforicamente la mano, non per facilitare il “salto”, come si fa con i bambini, ma lasciandola al momento giusto perché comprendano da una parte la vicinanza che dà sicurezza e dall’altra la fiducia nelle loro capacità.