Idee
Commercio di missili balistici, uranio “iraniano”, basi militari americane nel Golfo. E naturalmente lo stretto di Hormuz. «Ora si parla di tutto questo, mentre non si parla più di diritti umani in Iran».
Lorenzo Trombetta, giornalista che si occupa di Medio Oriente e che ha alle spalle un quarto di secolo di vita in Libano, guarda agli accadimenti nell’area di questi giorni. Con alcune certezze: l’occupazione israeliana del Sud libanese non terminerà a breve. E si continuerà, ancora per anni, a parlare dei rapporti fra Stati Uniti e Iran.
Che valutazione da della pre-intesa su Hormuz?
«È, appunto, una pre-intesa. Trump ha bisogno di arrivare alle elezioni di mid-term a novembre, gli iraniani invece conservano il “pallino” e possono chiudere lo stretto quando vogliono. Non temono i bombardamenti aerei, anche se non gli fanno piacere: li hanno subiti e hanno mantenuto la loro forza militare. Non hanno grandi preoccupazioni per la popolazione civile e hanno molto tempo per negoziare, una prospettiva “millenaria” vorrei dire. La mia impressione è che Trump abbia bisogno di riempire di titoli i media ma i fatti stiano da un’altra parte. Vedendola dall’esterno, la posizione degli iraniani nell’area sembra rafforzata e sembrano più padroni di prima della loro geografia».
Hormuz potrebbe essere bloccato di nuovo. E le condizioni della popolazione iraniana sembrano non interessare più.
«Improvvisamente si parla solo di uranio e di missili balistici. Il tema delle sofferenze della popolazione civile è stato messo da parte dagli Usa. Eppure non è cambiato nulla: è di questi giorni la notizia della condanna a 74 frustate alla cantante iraniana Parastoo Ahmadi, rea per il tribunale della città di Qom di essersi esibita in un concerto senza velo. Quanto allo stretto, cinque mesi fa non era un problema: con questa guerra gli americani l’hanno fatto diventare una questione globale. Mi chiedo se questo possa stimolare una riflessione sul nostro stile di vita e sulle nostre politiche energetiche nazionali. Consideriamo che le nostre scelte e abitudini, dal riscaldamento all’uso dell’auto fino agli alimentari, stanno dentro questa “scatola”: con una serie di premesse tra cui la necessità di difendere Hormuz e il traffico di petrolio sullo stretto. Chiediamoci se tutto questo ci va bene».
La “pre-intesa” ha fermato Israele nel conflitto che lo Stato ebraico ha aperto in Libano?
«No. Per Israele l’occupazione del Sud del Libano è una condizione non negoziabile. Hanno accettato di ridurre i raid aerei e di non effettuare raid su Beirut, la capitale. Ma non si sono fermati».
È dei giorni scorsi la notizia dell’uccisione per parte israeliana di 16 persone a Nabatiye, a nord del fiume Litani. Qual è la situazione sul campo?
«Nabatiye è una città importante, ha circa 50mila abitanti. Gli israeliani combattono per prendere le colline che la sovrastano e dominare l’area. In quella zona sono andati oltre il fiume Litani, per circa 15 chilometri».
Qual è la condizione degli sfollati?
«Sono più di un milione. È tantissimo per un Paese che ha circa 6 milioni di abitanti. Non sono solo libanesi: ci sono anche siriani e palestinesi, lavoratori asiatici e africani che erano impiegati nelle campagne. Chi poteva è scappato, inizialmente verso Sidone che sembrava un posto sicuro, poi è stata raggiunta dai bombardamenti. Hanno provato ad andare nei monti del Libano ma in molti casi sono stati respinti dalle comunità locali, che sono prevalentemente cristiane e temono di essere oggetto a loro volta di raid. In generale ora la maggior parte dei profughi è nelle zone costiere, ma ci sono tende pure nei quartieri “bene” di Beirut».
Che tipo di aiuto ricevono?
«Lo Stato libanese è fragile, non assicura sostegni e cure ai profughi. Il governo libanese si regge su un equilibrio difficile da capire per noi in Italia: non c’è semplicemente una maggioranza uscita dalle elezioni, e una o più opposizioni; c’è un premier e un presidente che hanno una forte trazione filo-Usa e vorrebbero raggiungere un accordo con Israele, ma nello stesso governo ci sono due ministri di Hezbollah, tra cui il ministro della Sanità che divulga i bilanci giornalieri delle vittime. È un governo che non ha il potere di fare un accordo. Prima del conflitto si era iniziato a parlare di disarmare Hezbollah ma di fatto non è possibile: l’esercito libanese non ne ha la forza, tanto più con un’occupazione in corso e un contesto di guerra aperta. Peraltro, in questo momento quelli di Hezbollah sono gli unici che si oppongono a Israele».
È possibile che l’esercito israeliano, rientri prossimamente dai territori occupati libanesi?
«No, non ci sono i presupposti di una ritirata. Perché è anche una guerra elettorale: Israele andrà a elezioni a ottobre e il presidente Benjamin Netanyahu non si disimpegnerà. Temo che questa situazione andrà avanti a lungo».
«Noi non dimentichiamo Gaza. È vero che sui social media il tema di Gaza ha una presenza ridotta, ma vi dico che in tutti i miei viaggi nel mondo, di recente in Francia e in altri luoghi, ogni volta che siamo presenti il tema di Gaza ritorna chiaramente alla ribalta». Lo ha affermato il patriarca di Gerusalemme dei Latini, il card. Pierbattista Pizzaballa, durante l’omelia della messa celebrata lunedì scorso a Gaza e trasmessa in diretta dalla parrocchia latina della Sacra Famiglia. «Anche se è difficile, facciamo di tutto, il più possibile per dare aiuto e per supportare», ha spiegato il cardinale, sottolineando che «la guerra non ha il diritto di cambiare il nostro ruolo o la nostra visione della vita».